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giovedì 30 aprile 2015

Fontana Strada per Aidone / n. 38

Ebbene sì, questa era una fontana-abbeveratoio lungo la Strada Statale 288 per Aidone. Si vede a malapena, ma doveva essere un'importante "stazione di rifornimento" per chi era diretto ad Aidone o da qui si allontanava in direzione del bivio della Madonna della Noce, per poi prendere le strade in direzione Piazza, Enna e Fratulla. Questo nuovo tracciato fu realizzato quando venne abbandonata a metà degli anni 40 l'antica strada, quasi una trazzera, ma molto più corta dell'attuale, che prima collegava i due centri abitati (Piazza-Aidone) attraverso il territorio di c/da Muliano¹. La si nota, come è accaduto a me l'anno scorso, quando si è lungo il tragitto pu vìagg a pè a San Fulìppu, venendo da Piazza sulla dx, qualche chilometro prima d' tràs a d'Aidöng.

¹Era lungo questa trazzera, prima molto frequentata, che si trovava sin dal XII secolo il Monastero-Priorato Benedettino di S. Gregorio Magno, di cui ormai rimangono solo pochi resti. 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina 

lunedì 27 aprile 2015

Salvatore Principato l'antifascista piazzese 3


Lapide in viale Gran Sasso n. 5, Milano - dove abitò la fam. Principato
La lapide presso la "Loggia dei Mercanti" a Milano
La freccia indica l'ubicazione della lapide sotto la "Loggia dei Mercanti"
Il Sindaco Nigrelli inaugura  nel 2010 la lapide ricordo a Piazza Armerina
Il 26 maggio 1945 il comune di Vimercate mutò il nome di via del Littorio in via Salvatore Principato; il 10 agosto 1946 con un discorso del socialista Andrea Tacchinardi fu inaugurata la lapide commemorativa posta in viale Gran Sasso 5 a Milano (foto in alto), dove Salvatore aveva abitato con la sua famiglia dal settembre 1924. Fu tra le prime lapidi collocate a Milano in memoria della Resistenza, realizzata grazie al concorso privato e spontaneo di una cinquantina di amici, inquilini dello stabile e cittadini della zona che versarono chi 10 chi 1000 lire. In quello stesso giorno la città natale di P. Armerina gli intestò il tratto urbano della strada provinciale n. 15 (ex Stradale Mazzarino) che corre parallelo alla via Giacomo Matteotti; il 25 aprile 1947 il parlamentare socialista Ugo Guido Mondolfo inaugurò un busto in sua memoria, opera dello scultore Alfeo Bedeschi, nell'atrio della scuola elementare "Leonardo da Vinci" a Milano. A Piazza il 24 aprile 2010 fu inaugurata in sua memoria la mostra "Salvatore Principato maestro antifascista" al Centro Espositivo "Monte Prestami" (dal 25 aprile al 16 maggio) e il giorno dopo, 25 aprile 2010*, venne affissa una lapide in ricordo del martire antifascista all'inizio della via a lui dedicata (di fronte l'Hotel Villa Romana ex Jolly Hotel) dove ogni anno viene posta una corona in ricordo della lotta partigiana per la Libertà. Sia la mostra che l'inaugurazione della lapide si svolsero alla presenza del Sindaco Carmelo Nigrelli e del nipote del Principato, Massimo Castoldi, curatore della mostra che, il 25 aprile del 2012, fu messa a disposizione della Città di Milano presso la "Loggia dei Mercanti", a pochi passi da piazza Duomo, (2^ e 3^ foto). Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per l'occasione chiamò la Loggia "luogo di memoria dedicato ai milanesi caduti per la libertà". Nel 2010, durante la cerimonia di affissione della lapide a Piazza (foto in basso), la signora Nicoletta Urso aveva consegnato al Sindaco Nigrelli una poesia dedicata al nostro concittadino antifascista che pubblicherò prossimamente.

*Tengo a precisare che la data è stata corretta (dal 2011 al 2010) dietro segnalazione del sig. Massimo Castoldi, nipote del maestro Principato.
Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 26 aprile 2015

Salvatore Principato l'antifascista piazzese 2

Il maestro antifascista Salvatore Principato (1892-1944)
"Socrate" (alias Salvatore Principato) risultava attivo soprattutto per quel che riguardava la gestione della stampa clandestina e del progetto, con Alfredo Bonazzi, di un "giornaletto" antifascista e, nell'aprile del 1931, fu tra gli artefici della fuga del socialista Giuseppe Favarelli in Svizzera. Arrestato il 19 marzo 1933, Principato fu deferito al Tribunale Speciale nell'ambito di un'operazione di polizia molto vasta che coinvolse i componenti milanesi e genovesi del movimento "Giustizia e Libertà". Dopo oltre tre mesi di carcere fu rilasciato ma da allora divenne un sorvegliato speciale dell'O.V.R.A. (la polizia politica segreta dell'Italia fascista). Fu reintegrato nell'insegnamento alla "Leonardo da Vinci" ma gli venne impedito di insegnare nelle scuole serali perché non iscritto al Partito Nazionale Fascista. Nell'ottobre del 1942 fu, con l'amico Roberto Veratti, tra i fondatori del Movimento di Unità Proletaria (M.U.P.) costituito durante una riunione clandestina in casa di Ivan Matteo Lombardo e negli anni della guerra divenne uno dei punti di riferimento del Partito Socialista di Unità Proletaria (P.S.I.U.P.). Fece parte della XXXIII Brigata Matteotti (le brigate erano formazioni partigiane legate al PSIUP), del secondo e terzo Comitato Antifascista di Porta Venezia e del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola. A Milano, in via Cusani 10, con lo schermo di una piccola officina meccanica, la ditta "Fabbrica Insegne Arredi Mobili Metallo Affini", mascherava e gestiva lo smistamento di stampa socialista e antifascista. Qui, forse tradito dalla delazione di un giovane operaio, venne arrestato dalla "SS" tedesche l'8 luglio 1944. Imprigionato nel carcere di Monza, fu torturato dalla polizia nazifascista, che gli ruppe anche il braccio sinistro. Ai primi di agosto fu trasferito nel carcere milanese di "San Vittore", 6° raggio, cam. 8, dove fu rinchiuso con Eraldo Soncini e Renzo Del Riccio, fucilati con lui in Piazzale Loreto il 10 agosto. Salvatore era il più anziano dei Quindici Martiri che oggi riposano tutti al Cimitero Maggiore (quartiere Garegnano ex frazione del Comune di Musocco). La moglie Marcella e la figlia Concettina (Titti) continuarono la lotta partigiana sino alla Liberazione. (continua)

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

sabato 25 aprile 2015

Salvatore Principato l'antifascista piazzese 1


Il maestro Salvatore Principato con la moglie Marcella Chiorri, 1936
Oggi 25 aprile 2015 è la Festa Nazionale della Liberazione e, nel LXX anniversario della liberazione di Milano, mi sembra opportuno ricordare il nostro concittadino Salvatore Principato, maestro elementare, socialista e figura di primissimo piano dell'antifascismo milanese durante la dittatura, ucciso a Milano in Piazzale Loreto il 10 agosto 1944.

Salvatore Principato nacque a Piazza Armerina il 29 aprile 1892 e fu il IV di 5 figli di Concetto, calzolaio, e della II moglie Concetta Rausa, sposata nel 1883. Sempre a Piazza, Salvatore frequentò le scuole fino al conseguimento del diploma magistrale e sul finire del 1911 fu coinvolto, ma aasolto, in un processo per aver animato una protesta popolare contro il monopolio di una locale impresa di tarsporti, terminata con l'incendio di alcune carrozze. Due anni dopo lasciò la Sicilia per Milano sia per insegnare, sia perché spinto dal desiderio di incontrare i massimi rappresentanti del movimento ispirato da Filippo Turati e da Anna Kuliscioff. Incominciò a insegnare a Vimercate (30 Km. ca. a Nord-Est da Milano) al privato collegio "Tommaseo", poi alle scuole comunali, ma fu presto chiamato alle armi. Combattè come soldato semplice e poi caporale sul Carso. Nel maggio del 1917, durante la battaglia del monte Vodice, una delle ultime e risolutive offensive sull'Isonzo, l'aver catturato, salvandoli, una quindicina di prigionieri, gli valse la medaglia d'argento al valor militare, ma anche la gratitudine dei soldati austriaci, uno dei quali gli donò la baionetta e un orologio da tasca che Salvatore portò con sé per tutta la vita. Rientrato alla vita civile insegnò senza soluzione di continuità alla scuola di via Comasina, alla "Giulio Romano", alla "Tito Speri" e infine alla "Leonardo da Vinci". Nel 1923 si sposò con Marcella Chiorri, dalla quale ebbe una figlia nel 1924, chiamandola Concettina, come i nonni paterni. Attivo nel movimento "Giustizia e Libertà" con lo pseudonimo "Socrate", l'ispettore generale di Pubblica Sicurezza Francesco Nudi lo indicò tra i principali referendi milanesi del movimento e della concetrazione antifascista di Parigi. (continua)

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

mercoledì 22 aprile 2015

Calzolai antichi e moderni di Piazza

Il calzolaio Cateno Di Salvo nel suo laboratorio di via Monte
Il 18 maggio 2013 nel post "Sodalizio dei Calzolai" vi avevo raccontato come questa associazione di mutuo soccorso fosse da considerare tra i più antichi della Città, dovendo tornare indietro al 1253 quando fu fondato dai Padri Domenicani subito dopo il loro arrivo. Il Sodalizio, che comprendeva anche i Conciatori di pelli e i Calzettieri o Calzettai, era stato dedicato ai Santi Cipriano e Mercurio con la loro sede presso la chiesa di San Domenico e Madonna del Rosario oggi Seminario Vescovile. Vi avevo parlato anche della zona con più alto numero d' scarpèri ovvero a cas'varìa, spiegandovi da dove provenisse questo nome. 
Oggi vi elenco tutti i nomi in ordine alfabetico dei Calzolai antichi e moderni di Piazza, che sono stato in grado di recuperare grazie all'eccezionale memoria di mio padre Gino e alla disponibilità di uno degli ultimi calzolai di Piazza che vedete nella foto, il signor Cateno Di Salvo. Di alcuni di questi artigiani è riportato solo il cognome, ad altri è stata aggiunta la via o il quartiere dove avevano la loro bottega artigiana:
Barresi Alfredo piano Arcurio; Catalano Totò via Roma; Chitarra Salvatore al Monte; Commendatore Francesco; Crea Mimmo via Garibaldi; Di Dio Datola via Marconi; D'Alù via Garibaldi; Di Bartolo via Garibaldi; Di Salvo via Monte; Failla Alfredo via Garibaldi, Failla Calisto; Failla Francesco cugino di Calisto; Failla Giovanni fratello di Francesco; Fascinella via F. Guccio; Ferrigno Luigi via Sette Cantoni; Indiogia Salvatore, Gancitano Totò via Santa Veneranda; Giuffrè al Casalotto, Grillo Tanino; Lavore Salvatore via Umberto; Lo Presti via Mazzini; Marino via Mazzini; Masino al Casalotto; Masuzzo Carlo via Mazzini; Mellia Nunzio al Monte; Oste Giuseppe al Casalotto; Pellizzeri via Garibaldi; Pisano via Roma; Pisano Francesco via Machiavelli; Rosagrata Enzo via Sette Cantoni; Ruggeri (padre) via Mazzini; Ruggeri (figlio) via Umberto; Restivo via Garibaldi; Sammarco Salvatore; Sauli via Garibaldi; Sauli (fratello del primo); Scalzo Salvatore via Sette Cantoni; Scibona Concetto; Scibona Giuseppe; Scroppo Aldo al Monte; Scucchia via Mazzini, Seminato Rosario, Venezia Alessandro.

N.B.: Sono stati sottolineati i nominativi aggiunti o corretti dopo le segnalazioni dei lettori.

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

martedì 21 aprile 2015

21 aprile 753 a.C.

Oggi Roma compie 2768 anni, pertanto è il Natale di Roma anticamente detto Dies Romana o Romaia. Secondo la leggenda, narrata anche da Varrone, Romolo avrebbe infatti fondato la città di Roma il 21 aprile del 753 a.C. Da questa data in poi derivava la cronologia romana, definita con la locuzione latina Ab Urbe condita (dalla fondazione della città) che contava gli anni a partire da tale presunta fondazione. Nel 1921 Mussolini proclamò l'anniversario della fondazione di Roma quale festa ufficiale del Fascismo e dal 21 aprile 1924 divenne festività nazionale denominata Natale di Roma - Festa del Lavoro. Nel 1945 la Festa dei Lavoratori fu ripristinata al 1° maggio e la festa del Natale di Roma fu limitata al solo ambito cittadino della Capitale. Altre date importanti per l'Umanità legate a questo giorno e ricordate in tutte le enciclopedie mondiali, sono il matrimonio dei miei suoceri Biagio Platania e Rosaria Di Stefano nel 1934 e la nascita del sottoscritto nel 1953. 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 19 aprile 2015

1913 Pàngh amàr


Anche se alcuni fanno finta di non ricordare, tanti nostri parenti, più o meno stretti (in questo caso mio nonno materno), hanno provato sulla loro pelle cosa significa emigrare per un pezzo di pane. Meditiamo gente, meditiamo, sia quando accogliamo le persone bisognose anche di diverso colore, sia quando gettiamo nell'immondizia il pane del giorno prima.

A PARTENZA P' L'AMÈR'CA

S và all'Amèr'ca
Com s'annàss Aidöngh
A catè càlia e garìgghi
Currè'n p'u stratöngh.

A dunt'anànza è brutta
Ma i grài ma fa scurdè,
Siddu Dèu m' iuta 
Ddà m' pòz r'p'zè.

Gaetano Marino Albanese, 1913
(alias Ciucciuledda)

(Si va in America /Come si andasse ad Aidone /A comprare ceci (abbrustoliti) e mandorle /Correndo per lo stradale. /La lontananza è brutta /Ma i soldi me la fanno dimenticare, /Se Dio mi aiuta /Là mi posso rattoppare - riprendere - finanziariamente).

(tratto da Liborio Marino, Ricordando mio Padre, Sicilgrafica, Caltagirone, 1982)

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

 

sabato 18 aprile 2015

Il Campanile del Carmine


Il campanile della chiesa del Carmine (foto in alto) della nostra Città ha molte cose in comune con quello della Cattedrale (in basso). Quello del Carmine, almeno i primi tre piani*, fu costruito nella I metà del Duecento dai Cavalieri Crociati Teutonici come torre di avvistamento sulla valle della Taccura, strategicamente vitale per il controllo della versante a Est della città demaniale di Placea. Stesso periodo vale per quella che si ritiene sia nata come torre di avvistamento sul monte Mira, poi campanile della Chiesa Madre trecentesca, quindi Duomo seicentesco e Cattedrale ottocentesca. La pietra calcarea bianca delle due torri è la stessa e, se si guardano bene, anche I due campanili sono due splendidi esempi di architettura gotico-catalana per la caratteristica presenza dell'arco inflesso con o senza inflorescenza... Le otto finestre della torre (n.d.r. del Carmine) sono tutte ad arco a pieno centro incorniciato da arco inflesso con semplice inflorescenza, ma mentre quelle dell'ultimo piano appaiono prive di unità stilistica e quindi di fattura più sciatta e più tarda, quelle del primo... sono finestre ingentilite dallo slancio del falso arco acuto fiorito che le sovrasta, ma, contenute e sobrie... Il campanile del Duomo oggi ci appare diviso in quattro piani, i cui primi due, in pietra bianca, presentano una duplice fila di finestre cieche disegnate da fasci di colonnine con capitelli a fogliame, che lanciano verso l'alto archi acuti culminanti in fioroni ed una duplice terna di esili colonnine, il tutto chiuso in riquadri limitati agli angoli da colonne più grosse, mentre gli altri due piani**, che alternano il calcarico bianco col tufo rosato del resto della chiesa, spengono lo slancio dell'architettura sottostante, imprigionando lo spazio tra file sovrapposte di lesene e pesanti cornicioni. (I. Nigrelli, Piazza Armerina medievale, 1983)    
*Il chiostro, la chiesa e l'ultimo piano della torre-campanile sono da assegnare ad epoca successiva al XIII secolo, risultano edificati dai Carmelitani ed al riguardo abbiamo testimonianze assai precise. (L. Villari, Storia Ecclesiastica..., 1988)
**Il 1517 è l'anno della posa della prima pietra dei piani successivi probabilmente da maestri di origine iberica, forse un certo "joanni castiglianu" attivo nella vicina Castrogiovanni nei primi anni del 1500. (D. Sutera, La chiesa madre di Piazza Armerina, 2010)

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

giovedì 16 aprile 2015

Fontana Villa Trigona / n. 37

Questa è la fontana che si trova presso l'Azienda di Turismo Rurale "Villa Trigona" in contrada Bauccio. La fontana è del Settecento, come la Villa che è stata di recente ristrutturata in mezzo a tantissimo verde a circa 1 chilometro a Sud dalla croce in pietra di Santa Croce. Ancora fa la sua bella figura, anche se l'acqua non viene più raccolta come doveva avvenire decine e decine di anni fa. L'Azienda ospita numerosi turisti, specie in estate, quando la piscina accanto, sia alla villa che alla fontana, dispensa un valido ristoro.  

Gaetano Masuzzo/cronarmerina 

martedì 14 aprile 2015

Santi senza r'zètt né r'spett

S. Gaetano a Brancaccio (PA)
 
Statua di S. Gaetano senza alcuna targa con dietro il vecchio mulino per il sale
Come ogni essere umano, le statue hanno la loro specifica storia. Quelle dei Santi non trasgrediscono questa regola e le sculture dedicate in particolare al mio Santo, San Gaetano, non si fanno mancare aneddoti curiosi sulle collocazioni e sugli spostamenti. E' il caso della statua di San Gaetano a Palermo. La statua del fondatore della Regola dei Padri Teatini, era stata scolpita dal maestro Giacomo Pennino a spese dei religiosi. Mentre il piedistallo, costruito su progetto dell'architetto Paolo Amato non aveva nulla a che vedere col santo. Infatti, originariamente, fu costruito e adibito a basamento della scultura che ritraeva Filippo V re di Spagna, destinata ad abbellire nel 1701 la piazzetta in prossimità della non più esistente Porta della Dogana, proprio davanti la chiesa di Santa Maria della Catena, alla Cala. Quando, nel 1720, al dominio degli Spagnoli in Sicilia era subentrato quello breve degli Austriaci, la statua reale venne divelta, non si sa bene se da un anti-ispanico o da un vandalo di passaggio, e depositata malconcia nei sotterranei della vicina Zecca. Il sontuoso piedistallo, rimasto inutilizzato per dieci anni, accese le speranze dei Teatini, i quali chiesero di ottenerlo in comodato per collocarvi proprio San Gaetano. Ottenuto il benestare dal governo, il santo e il basamento reale nel 1730 trovarono posto nell'angolo tra via Maqueda e via dell'Università, ben posizionati. Sia la statua che il basamento uscirono miracolosamente indenni anche dalla furia devastatrice scatenata dal popolo e dall'esercito nelle terribili giornate del settembre 1866, passate alla storia come la "Rivolta del sette e mezzo", appunto perché durò sette giorni e mezzo, quando in quella piazzetta chiamata San Gaetano fu trucidato Pietro Omodei, "primo martire del popolo insorgente". L'anno successivo, però, il santo ricevette un affronto inaspettato da parte dell'amministrazione comunale, guidata dal marchese Antonio Starrabba di Rudinì*, la quale avendo constatato, con un po' di esagerazione, che il monumento intralciava la viabilità (in quel periodo a circolare erano in prevalenza pedoni, carrozze, cavalli e portantine), ne decretò il trasferimento nei magazzini del Museo nazionale, dove rimase per venticinque anni, sottratto alla vista dei devoti, dei turisti e dei palermitani. A fine Ottocento venne finalmente individuata una nuova destinazione: il bivio tra la via Brancaccio, la via Conte Federico e la via S. Ciro (a Sud-Est del centro città). A dire il vero, non è proprio il centro storico della città, ma almeno il santo ha trovato collocazione vicino all'omonima parrocchia in cui molto tempo dopo operò il martire don Pino Puglisi. Non ne siamo sicuri ma, a suo tempo, San Gaetano ci sarà comunque rimasto un po' male nell'aver trovato posto vicino al fatiscente fabbricato un tempo adibito a mulino per il sale (foto in basso). Un prodotto della natura non proprio compatibile con i materiali marmorei che compongono statue e piedistalli ma anche con quelli che servono per costruire targhe con lo scopo di fornire notizie sui monumenti. Sicuramente il sale e lo smog hanno fatto la loro parte, e oggi il monumento ha bisogno di una salutare ripulitura. Tranne la targa informativa che nessuno si è mai sognato di affiggere e, aggiungo io, poi ci permettiamo di chiedere le grazie senza alcun ritegno! 
(tratto da Lino Buscemi, 11 dic. 2014, http://lacittascoperta-palermo.blogautore.repubblica.it/)

*(1839-1908) Lontano discendente del principe piazzese Vincenzo Starrabba (m.1729) al quale fu intitolata a stràta ô Prìnc'p, odierna via Garibaldi. Quell'anno divenne Prefetto di Palermo e nel 1891 e 1896 fu Presidente del Consiglio dei ministri.    
Gaetano Masuzzo/cronarmerina

sabato 11 aprile 2015

Edicola n. 22

La Madonna delle Lacrime di Siracusa è racchiusa nella semplice ma decorosa Edicola n. 22 che c'è nell'incrocio stradale in c/da Bellia (tra la SP. 12, la SS. 288 e il viale Conte Ruggero ex viale Gen.le Gaeta), dove anticamente c'era la chiesetta dedicata alla Madonna della Noce (in alcuni testi anche "delle Noci"). La tradizione vuole che fu proprio in questo luogo che fu eretto un tempietto alla Madonna, in seguito al rinvenimento di un'immagine della madre del Salvatore sotto un albero di noce nel lontano 1611, quasi 4 secoli fa. In ricordo di tale evento, i nostri antenati iniziarono ogni 8 settembre a festeggiarlo con una festa campestre. Due anni dopo, sempre nei pressi della chiesetta, fu spostata la Fiera Franca (esente da dazio) che si teneva davanti la Commenda di S. Giacomo d'Altopascio (di fronte l'ingresso del Cimitero della Bellia) e prima ancora davanti la chiesa di S. Pietro. La fiera, soprattutto di bestiame e attrezzi per l'agricoltura e la pastorizia, iniziava l'1 settembre e si concludeva l'8 dello stesso mese coi festeggiamenti alla Madonna della Noce. 

(chi volesse saperne di più sulle fiere di Piazza può leggersi i miei post "Le Fiere di Piazza" del 18-12-2012 e "La fiera in Piazza Duomo" del 24-5-2013)

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

giovedì 9 aprile 2015

U veru cazzaör' ciaccés



Una delle poesie in gallo-italico più note del poeta-falegname Carmelo Scibona (1865-1939) è quella dedicata al cacciatore concittadino, compare del poeta, Mario Mancuso. 

Làriu u Mancos

Làriu u Mancos è u prim' cazzaör',
C'u fatt' veru, è veru professör
Quann' a n cunigghju su pigghhja d' mira
Prima nz'rragghja l öggi e pöi gghj' tira.
L'an'malètt' ch' n'è già nfurmà
Gghj' fa na rr'satedda e s' n' va.

L àutra giurnada u vitti a M'rringh'
Era d' posta nô menz' u giardingh
Tutt'a na vota scarrisc' mp'cciòngh'
S' sus' e u pönta c'u pezz' u furcöngh'
Sémpr' cu l öggi 'nciosi, o sant' Lucca!,
Sbagghja o p'cciòngh' e nzerta na cucca.

Tutt' cuntént' s'ha mént' nei mai,
A va mustrann' a tutti i v'ddai
Cösti u talinu d' quant' è garrös
- Coss' cu è dò Lariu u Mancös?!
Èu s'a capisc', s' spénza a cudéra
Pighhja dda cucca e s'a mùccia darréra...

Carmelo Scibona
(U Cardubu, 1935)

(Ilario il Mancino /Ilario il Mancino è il primo cacciatore, /Per la verità, è vero professore. /Quando prende di mira un coniglio /Prima chiude gli occhi e poi gli spara. /L'animaletto che ne è già informato /Gli fa un sorrisino e se ne va. /L'altro giorno lo vidi a Merlino /Era appostato in mezzo al giardino /Tutto ad un tratto intravede un piccione /Si alza e lo punta col pezzo di forcone /Sempre con gli occhi chiusi, o san Luca!, /Sbaglia il piccione e colpisce una civetta. /Tutto contento se la mette tra le mani, /Va mostrandola a tutti i villani /Questi constatano quanto è stupido: /- Questo chi è don Ilario il Mancino?! /Lui capisce, alza la falda della giacca /Prende quella civetta e se la nasconde dietro...)

Carmelo SCIBONA a cura di Salvatore C. TROVATO, 1997, p. 154.

Gaetano Masuzzo/cronarmerina
 

martedì 7 aprile 2015

Fontanella Stazione c.da Ronza / n. 16

Questa è la Fontanella n. 16 e si tratta di quella esistente a pochi passi dall'antica e piccola Stazione Ferroviaria in c/da Ronza, proprio di fronte l'Area Attrezzata della foresta demaniale regionale "Parco Ronza", a ca. 8 Km. da Piazza. E' abbastanza evidente che è una costruzione molto recente, rispetto all'edificio che si trovava lungo la strada ferrata a scartamento ridotto, che collegava Dittaino-Valguarnera-Piazza Armerina e che continuava per Caltagirone. Quello della Ronza era il casello ferroviario che consentiva la fermata per prendere "fiato", subito dopo la lunga e impervia salita proveniente dalla miniera di Grottacalda. Adesso c'è un ristorante che serve birra artigianale, con accanto un maneggio per corsi di equitazione e, per chi ama l'avventura più tecnologica, escursioni lungo percorsi boschivi a bordo di quad fuoristrada.
Gaetano Masuzzo/cronarmerina     

sabato 4 aprile 2015

L'illuminazione a Piazza 2

Piano Santa Rosalia anni 30
A proposito dell'illuminazione nella nostra Città, vi riporto le righe dedicate al tema dal prof. Giovanni Contrafatto (1910-2004) nel suo libro Memorie Armerine del 1991: "Nel 1904 Piazza ebbe finalmente la luce. La centrale elettrica¹ fu impiantata nell'isolato di proprietà del Comune tra la discesa Pescheria e la via Santa Rosalia². La luce veniva erogata la sera, dall'imbrunire fino alle sette del mattino seguente. Per molti anni, ad avere la luce a casa erano pochi, essendo considerata un lusso che non tutti potevano permettersi. La maggioranza continuò a servirsi del lume a petrolio, della fioca luce delle steariche o della lucerna, alimentata perlopiù con morchia ed olio non commestibile. Per le strade passavano venditori ambulanti con due bidoni di latta contenenti uno petrolio e l'altro olio, che la povera gente comperarva a decilitri. Tanto, quasi tutte le famiglie di contadini ed operai, dopo il pasto serale, consumato al rientro a casa del capofamiglia, non tardavano a mettersi a letto. Purtroppo, allora, la giornata lavorativa dei contadini e degli operai iniziava appena giorno e si chiudeva al tramonto del sole. Solo dopo il 1929, col passaggio del servizio di illuminazione della città, dal Comune alla Società Generale Elettrica, gestita dai Fratelli Prestifilippo, Piazza Armerina potè avere la luce erogata 24 ore su 24."
A questo punto fanno la loro comparsa i primi contatori, di bachelite di colore nero e senza limitatore di potenza, appoggiati sopra una tavoletta e installati per una somma non di poco conto insieme a qualche raccomandazione. In questo modo molte famiglie che se lo possono permettere spengono i lumi e accendono qualche misera lampada di alcune candele o pochi Watt. Qualche decennio dopo vengono installati dei contatori a gettoni, come per i telefoni. Successivamente per il pagamento di quei pochi consumi elettrici c'è l'esattore³ che il mese prima passa con la pila tascabile per rilevare la lettura dei contatori, e il mese dopo ripassa, con la sua borsa di cuoio piena di monetine, per l'incasso dei consumi rilevati. Successivamente il pagamento viene effettuato presso l'esattoria che a Piazza si è sistemata in via Vittorio Emanuele al n. 11, dove poi si metterà il sig. Piana col suo negozio di materiale elettrico e tabacchi.

¹Al secondo piano del grande edificio a sx nella foto. Tempo prima, al posto di questo edificio, sorgeva la chiesa (del1624) e il monastero (1742) delle Carmelitane di Santa Rosalia.
²Il rumore, specie per chi abitava nelle immediate vicinanze, era assordante. Ma dopo qualche tempo, al continuo "bum, bum" notturno del motore a nafta fecero tutti abitudine, anzi conciliava il sonno divenendo familiare. Ricordava mia madre che abitava lì vicino, che quando la centrale fu smantellata, a qualcuno spuntò persino qualche lacrima.   
³Nei primi anni gli esattori a Piazza saranno quasi tutti ex operai e dipendenti della centrale elettrica a nafta di Santa Rosalia, molti di loro poi saranno impiegati come bidelli nelle scuole cittadine. 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina  

giovedì 2 aprile 2015

L'illuminazione a Piazza 1

L'addetto all'accensione dei lapioni a petrolio fissi

Lampione a petrolio mobile da posizionare con l'argano

Lume e lanterna a petrolio
Una comodità che tutti ormai consideriamo scontata, certa, ovvia sino a un secolo fa, e magari meno, non era così semplice averla a portata, diciamo, "d'occhio". L'illuminazione delle strade sin quasi nei primi decenni dell'Ottocento era affidata a qualche torcia o braciere davanti ai conventi, ai castelli, ai palazzi di ricchi proprietari; nelle abitazioni c'erano soltanto lucerne ad olio, qualche candela e, nelle famiglie benestanti, qualche candelabro. Nelle vie il buio assoluto, tranne qualche rarissima lanterna portatile e qualche fanale ad olio, anche d'oliva (meglio se extravergine!). L'arrivo della lampada a petrolio (o kerosene - dal greco keros = cera - miscela liquida di idrocarburi infiammabile, chiamato anche petrolio lampante o bianco) a metà dell'Ottocento diede un po' più di luce sia nelle case che nelle strade. Nelle prime veniva usato il lume a petrolio (a sx nella foto in basso), nelle strade il lampione fisso (nelle foto in alto e in mezzo), sui carretti, sulle lettighe e a piedi la lanterna (a dx nella foto in basso). Qualcuno, che non ne poteva fare a meno, per spostarsi col buio si serviva ancora delle candele e delle torce, negli altri casi l'illuminazione notturna era affidata alla luna, con le sue alterne fasi e se non offuscata. Sia il lampione fisso che quello mobile (alzato e abbassato con un argano, vedi post del 16 ottobre 2013) erano piazzati nei punti strategici del centro urbano e nelle strade principali, nelle altre zone... nisba! Ovviamente la novità del petrolio creò nuove professioni: il lampionaio inteso pure fanalaru, ovvero l'addetto all'accensione e allo spegnimento dei lumi e alla ricarica del combustibile con una scala di legno e con la chiave per azionare l'argano, il pulitore (a Milano chiamato polidòr) che puliva i vetri dei lampioni quando non coincideva col primo, il venditore ambulante di petrolio e olio. 
(continua)
 
Gaetano Masuzzo/cronarmerina