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sabato 30 novembre 2013

I nèspuli da 'nv'rnàda

I nèspuli 'ntâ Carrèra
Queste nella foto sono chiamati nèspuli da 'nv'rnàda e corrispondono alle nespole comuni o europee (mespilus germanica). Infatti, quelli che chiamiamo comunemente nespole, sono le "nespole del Giappone" (eriobotrya japonica) che poi sono originarie dalla Cina, dove le chiamano pipâ guo mentre in Giappone le chiamano biwa, portate in Europa soltanto alla fine del Settecento. Ritornando e nòstri nèspuli*, che sono conosciute in Europa da tempo immemorabile, non vengono consumate alla raccolta in autunno inoltrato, bensì nelle settimane successive, dopo essere state messe a rammollire sulla paglia** facendole diventare di marrone scuro. In questo modo la polpa si trasforma, cancellandone il sapore acido e rendendole commestibili. Dato che la buccia è molto robusta, la polpa viene succhiata e inghiottita e i semi trattenuti in bocca. Quelle nella foto le ho fotografate stamattina in via Mazzini (chiamata anticamente a Carrèra) che facevano bella mostra insieme a cac'mi, sciòrbi, f'cudìnni, pìpi, pìpi röss, nösg, n'zzòli, passulöi e autri còsi ddécchi ! Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Per nèspula a Ciàzza s'intende pure la percossa e/o la bastonata: s' t' 'ncàgghiu te dè tanti d' ddi nèspuli ch' t fè dì mal'détt d' quànn fu! 
**Da ciò è nato il detto "Col tempo e con la paglia maturano le nespole" per dire che ci vuole pazienza e occorre aspettare per vedere i risultati.

Fontanella Matteotti / n. 3

Questa è la fontanella sulla via Matteotti, all'altezza del numero civico 21, nel quartiere dî Canài. Si scorge passandoci vicino a malapena, perché sta dietro un'alta siepe che nasconde anche due sedili in marmo. A parte i puntàgghi di risulta alla sua base e i vari interventi di muratura grossolani per tenerla in piedi, si può dire che è tenuta bene e in estate è coperta abbastanza, da un paio di alberi, da offrire un po' d'ombra a chi si ripara dal solleone, cassonetti della spazzatura vicini permettendo! Gaetano Masuzzo/cronarmerina

venerdì 29 novembre 2013

Ignoranza online no limits !


Se Pinuccio fa l'elettricista come scrive a vògghia a sauttè 'nd'l'aria !

Igiene medievale e non / 4^ e ultima parte


In genere il modo di considerare l'acqua si è fondato sui riti di purificazione e l'acqua è spesso stata presa a simbolo di purezza, tuttavia non mancano testi letterari e pregiudizi popolari che ne sottolineano invece gli aspetti negativi. Nel Settecento si pensava che il lungo contatto con l'acqua ostruisse i pori, evitasse la traspirazione e rendesse il sangue denso, provocando come conseguenza l'amenorrea, cioè la mancanza di mestruazioni. In questo modo si spiegavano i disturbi delle lavandaie e delle contadine che lavoravano nella macerazione della canapa e del lino. A tutte le donne quindi, per molto tempo, è stato consigliato di non fare pediluvi e di non lavarsi durante le mestruazioni. Inoltre per molti secoli, dopo l'abbandono dell'abitudine del bagno che era stata tipica dei Romani, la pulizia del corpo è stata considerata riservata alle prostitute. L'igiene femminile è stata a lungo un parametro per dare giudizi sulla condotta morale delle donne: se sporche erano certamente oneste, se pulite certamente prostitute. Per le donne oneste infatti non c'era alcun bisogno di lavarsi, anzi, riservare cura al proprio corpo era considerato peccaminoso. Per lunghi secoli la medicina ha attribuito all'umidità dell'acqua una valenza negativa, accusandola di aprire i pori e quindi di aprire la via alle infezioni dall'esterno. Dal Cinquecento, quando la peste si ripresenta con regolarità, l'acqua viene accusata di ogni nefandezza; fare il bagno debilita e quindi espone al rischio di malattie per cui, chi proprio vuole lavarsi, almeno limiti i danni prendendo precauzioni, come ad esempio non uscire di casa per alcuni giorni ed osservare riposo assoluto. Certamente non si lavino mai bambini! La pulizia del corpo è affidata alla "pulizia secca", cioè al cambio dei vestiti, secondo il principio per cui una camicia pulita corrisponde ad un bagno. In realtà poi alla paura di malattie si accompagna a lungo la paura del peccato, in quanto l'igiene personale presuppone la vista ed il contatto con parti del corpo e quindi espone a rischi morali. Solo a partire dal Settecento cominciano a diffondersi pratiche igieniche, e solo nell'aristocrazia; l'abitudine alla pulizia si diffonderà tra i ceti popolari nel tardo Ottocento, un po' per imitazione, un po' perché solo quando l'acqua sarà convogliata all'interno delle abitazioni perderà le caratteristiche di elemento prezioso e costoso riservato a pochi. D'altra parte solo un ambiente che permette di lavarsi senza una forzata promiscuità può rendere il bagno un'abitudine. In Italia, fino alla fine degli anni cinquanta, fare il bagno risultava problematico per la mancanza di ambienti idonei e per l'assenza di un impianto di riscaldamento; in genere l'ambiente usato era la cucina e non era infrequente che la stessa acqua servisse per più persone. Questo per quanto riguarda l'uso igienico dell'acqua, ma anche come bevanda l'acqua ha spesso suscitato sospetti e rifiuto. Molti proverbi popolari esaltano il vino come antidoto alle più svariate malattie e attribuiscono all'acqua il potere di accorciare la vita e di provocare malinconia e tristezza. Anche molti medici, fino all'Ottocento, individuavano nelle sostanze contenute nell'acqua le responsabili di molte malattie come il cretinismo, il gozzo, le febbri "miasmatiche", e queste credenze per secoli hanno condizionato la cultura e la vita quotidiana delle popolazioni. Credenze inconcepibili, alla luce delle nostre conoscenze scientifiche, ma ineccepibili, se si considerano i rischi delle malattie gastroenteriche che si trasmettono attraverso l'acqua contaminata o il rischio di contrarre malaria nelle zone con acque stagnanti. (tratto da "kidslink.bo.cnr.it/correggio/acqua/lavarsi.html") Gaetano Masuzzo/cronarmerina

giovedì 28 novembre 2013

Pro domo sua


L'espressione latina Pro domo sua significa letteralmente "a favore della propria casa" e deriva dal titolo di una delle orazioni più note di Marco Tullio Cicerone (106 a.C. - 43 a.C.): De domo sua ad pontifices ("Sulla propria casa, al collegio pontificale"). L'orazione era diretta contro il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro, che nel 58 a.C. l'aveva mandato in esilio e aveva fatto distruggere la sua casa sul Palatino e fatto consacrare il terreno alla dea Libertas. Nel 57 a.C. Cicerone riuscì a rientrare a Roma. In quell'occasione scrisse un'arringa per difendere se stesso (invece che altri, come era solito fare) in cui chiedeva di riavere l'area e i fondi per ricostruire la casa e dichiarava nulla la consacrazione. La frase è usata per indicare chi difende i propri interessi, o chi pèrora cause per il proprio vantaggio personale. (tratto da FocusStoria, Novembre 2013) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

mercoledì 27 novembre 2013

Igiene medievale e non / parte 3^

Per quanto riguarda altre forme di igiene personale sappiamo che il vaso da notte, conosciuto in epoca romana, era ancora utilizzato e che non si provava vergogna a usarlo in presenza d'altri. La rasatura era difficile, dolorosa e non molto frequente, poiché il sapone era inefficace e i rasoi, che assomigliavano a coltelli per intaglio o per trinciare la carne, erano vecchi e non affilati. Anche il taglio dei capelli non era agevole: le forbici erano simili a cesoie e dovevano essere utilizzate dolcemente per evitare di strappare i capelli. Sebbene nel XIII secolo pochi aristocratici avessero spazzole per i denti, la toeletta della bocca era generalmente compiuta con l'ausilio di legno verde di nocciolo, e i denti venivano strofinati con un panno di lana. Si ritrovano inoltre descrizioni dell'uso di unghie decorate e di pulizia delle orecchie, quasi a indicare una preoccupazione per la pulizia. I pettini erano comuni e gli specchi avevano un uso funzionale e decorativo. Durante tutto il Medioevo era diffuso un antico adagio latino che recitava così: "Venari, ludere, lavari, bibere, hoc est vivere!"  (Cacciare, giocare, lavarsi e bere, questo è vivere!). (continua) [tratto da G. Staffa, 101 Storie sul Medioevo, N.C.ed.] Gaetano Masuzzo/cronarmerina

martedì 26 novembre 2013

Fontanella Giardino Andrea Cursale / n. 2

La fontanella n. 2 è quella che si trova in piazza Generale Cascino, nel giardino intitolato ad Andrea Cursale, assessore al verde pubblico nato nel 1972 e morto prematuramente nel 1996. La foto ritrae la fontana, scolpita qualche anno fa dallo scultore piazzese Salvatore Martello (1948-2008), in uno dei rari periodi in cui viene tenuta pulita ed efficiente. Spesso dagli incivili e maleducati, grandi e piccini, viene usata come cestino per cartacce, lattine e chi più ne ha più NON ne metta, appunto ! Gaetano Masuzzo/cronarmerina

lunedì 25 novembre 2013

Igiene medievale e non / parte 2^



L'intera operazione della lavatura del corpo era conosciuta con il termine di stufarsi, ed era molto apprezzata a tutti i livelli della società. Certo, le classi meno abbienti difficilmente poterono godere dei lussi descritti, soprattutto in relazione al fatto che solamente i ricchi potevano permettersi i fuochi di legna per scaldare l'acqua in inverno. Le abluzioni quotidiane avvenivano dunque con l'ausilio di un piccolo catino, e solo raramente si riempiva una grande botte a cui veniva tolta la parte superiore. Questo perché lo sforzo e la fatica di riempirla con l'acqua prelevata dal pozzo facevano sì che venisse utilizzata solamente in occasioni eccezionali. Da qui sono nate due leggende: il bagno annuale e buttare il bambino assieme all'acqua sporca. La prima riguarda l'unico bagno dell'anno che avveniva nel mese di maggio e che starebbe all'origine del bouquet di fiori matrimoniale. Essendo infatti giugno il mese preposto agli sposalizi, ed essendo maggio il periodo in cui avveniva l'unico bagno dell'anno, intercorreva un periodo abbastanza lungo da permettere agli sposi di presentarsi sull'altare emanando l'olezzo di un letamaio. Pertanto l'unico rimedio era un numero cospicuo di fiori che riuscisse quanto meno a mascherare gli odori nauseabondi. La seconda leggenda parla dello sforzo di riempire d'acqua la botte, così faticoso che l'acqua veniva utilizzata da tutta la famiglia. L'uomo di casa aveva il privilegio di un'acqua pulita, dopo venivano i figli maschi, poi le donne e i bambini e per ultimi i neonati. A questo punto l'acqua sarebbe stata così sporca che si poteva correre il rischio di perderci qualcuno dentro. O almeno così deve aver pensato Thomas Murner, un francescano tedesco del XVI secolo, che nella sua satira Narrenbeschwörung, "l'esorcismo dei pazzi", conia l'espressione "Non buttare il bambino assieme all'acqua sporca!". Invece, gli infanti godevano di una cura particolare e venivano lavati in un catino più piccolo colmo di acqua pulita; quanto al resto della famiglia, è difficile immaginare che si immergessero in una conca traboccante di acqua sudicia. (continua) [tratto da G. Staffa, 101 Storie sul Medioevo, N.C.ed.] Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 24 novembre 2013

Famiglia Trigona (civili)

D'azzurro alla cometa e al triangolo d'oro posti in sbarra in capo e in punta.

Per le origini della famiglia Trigona, tra le più influenti, se non la più determinante dal XVI secolo in poi nella storia della nostra Città, arriviamo indietro addirittura all'anno 650 ca., quando troviamo il duca Salardo tra i Monti Chirii in Svevia (oggi Germania Sud-Occid.). Il figlio di questi, Coraldo, acquista nella Piccardia (Francia Sett.) molti castelli e la signoria di Trigonne, donde il cognome. Un discendente di Coraldo, Ermanno, capitano dell'imperatore Federico II, nel 1239 diventa governatore di Mistretta (Me) e un suo discendente, Giacomo, sposandosi nel 1369 con Margherita d'Aragona, nipote di Pietro d'Aragona II re di Sicilia, riceve lo stemma originario con l'aquila nera della Casa reale d'Aragona. Nella seconda metà del '400 dei quattro fratelli Trigona residenti a Mistretta due, Nicolò e Antonio, li troviamo a Mazzarino nel 1494. Nicolò ha sei figli tra i quali il primogenito, Giovanni Michele, dal quale discendono i Trigona di Bessima, e il terzogenito, Matteo (o Giovanni Matteo, nato nel 1485), dal quale discendono i Trigona titolari di ben 37 feudi sparsi in tutta l'Isola. Infatti, dal primogenito di Giovanni Matteo, Giovanni Francesco, avuto dal 1° matrimonio con Vincenza de Isido nel 1502, discendono i Trigona di Spedalotto, Cugno, Alzacuda, Sofiana, Gatta, S. Cosmano, Gallitano, Casalotto, Scarante. Tra i due figli di Giov. Francesco troviamo il secondogenito Marco (1546-1598) che si sposa con Laura, figlia del medico e matematico Francesco de Assoro, col quale nel 1555 (a soli nove anni) ha firmato, insieme a tutta la sua famiglia, i "capitoli della pace", dopo oltre dieci anni di spietate liti per grossi motivi d'interessi economici e, molto probabilmente, il loro matrimonio nel 1576 serve a suggellare la pace tra le due famiglie. Dal secondogenito del 1° matrimonio, Giovanni Andrea, discendono i Trigona di S. Cono, Cimia e Demani. Dai Trigona di S. Cono discendono: a) quelli di S. Cono Superiore e Budonetto, Dainammare, Canicarao, Ganigazzeni, Elsa, Ciavarini, Fegotto, Sambuco, Roccabianca, Ursitto, Imbaccari Sottano e Terra di Mirabella, S. Antonino, Scitibillini e Floresta; b) quelli di S. Cono Inferiore e Dragofosso, Aliano, Misterbianco, Gerace, Geracello, Mastro Giurato e S. Elia. Da quelli di Cimia e Demani discendolo i Trigona dei Salti dei Mulini di Piazza. Dai sei figli che Giovanni Matteo ha con la 2^ moglie, Elisabetta d'Aidone de Gaffori sposata nel 1516, discendono i Trigona di Montagna di Marzo, Azzolina, Gallizzi e Mandrascate.
Di stemmi di questa famiglia nella nostra Città ne troviamo a iosa, sia da soli che insieme ad altre famiglie con le quali si è in qualche modo imparentata. Per esempio nella chiesa di S. Pietro troviamo 3 stemmi della famiglia Trigona: uno con i Landolina, un altro con gli Assoro e uno con i Polizzi.  

Il post a parte di domenica prossima sarà dedicato alla numerosa presenza dei componenti di questa famiglia nella vita ecclesiastica della nostra Città. Gaetano Masuzzo/www.cronarmerina.blogspot.it  

sabato 23 novembre 2013

Igiene medievale e non / parte 1^

Siamo stati abituati a immaginare le popolazioni del Medioevo come una torma di cenciosi maleodoranti e i loro corpi come un succulento banchetto per nugoli di cimici e pidocchi. A questa visione non si sottraggono i nobili o addirittura i sovrani che, seppur addobbati con abiti fastosi, crediamo che celino nelle loro parti intime una nutrita collezione di parassiti. Nei fatti, la reale condizione igienica dell'uomo del Medioevo è un po' più articolata. Innanzitutto non è vero che non ci si lavava mai: sono infatti numerose le miniature dell'epoca che rappresentano uomini e donne che fanno i bagni nudi, lasciando intendere come questa pratica fosse considerata naturale. Ancora, sfogliando i trattati del tempo, si legge che tra i doveri delle mogli c'è quello di dare ristoro al marito, che giunge dopo una giornata di duro lavoro, con acqua possibilmente calda e il cambio d'abito. In più, nei romanzi di cavalleria, "best seller" del periodo, appare buona norma offrire un bagno all'ospite che giunge stanco e impolverato o elargire il sollievo di un catino d'acqua calda per i piedi. I testi ci hanno inoltre tramandato immagini ricche di particolari, soprattutto in relazione alle classi agiate: il bagno avveniva in camera da letto, solitamente prima di andare a coricarsi; venivano esposti dei panni attorno al letto, ognuno cosparso di fiori ed erbe verdi profumate; inoltre erano disposte sul pavimento delle spugne sulle quali era possibile sedersi o sdraiarsi. L'abluzione vera e propria avveniva in un bacile di legno imbottito con un tessuto, riempito con acqua riscaldata resa fragrante da erbe fresche; ci si lavava il corpo con spugne morbide che venivano risciacquate con acqua pulita e tiepida, profumata di rose. Infine, il corpo veniva asciugato con panni puliti e, indossate le calze, ci si poteva finalmente abbandonare tra le braccia di Morfeo. Spesso il riserbo dotava la struttura di tende a baldacchino, al riparo dei quali era possibile godere di una certa privacy. Nei periodi più caldi, la vasca era posta nei giardini esterni e addirittura durante gli spostamenti veniva trasportato tutto l'occorrente affinchè il signore non si privasse di questa delizia, compreso un servo atto al mantenimento della temperatura dell'acqua. (continua) [tratto da G. Staffa, 101 Storie sul Medioevo, N.C.ed.] Gaetano Masuzzo/cronarmerina

venerdì 22 novembre 2013

Fontana Villa delle Meraviglie / n. 23

Questa fontana n. 23 è la n. 22 vista dal retro, sempre presso la Villa delle Meraviglie. Abbastanza grande e profonda è perfettamente efficiente tanto da ospitare senza alcun problema persino dei pesci rossi di diversa grandezza. E' caratterizzata da due colonne laterali, con al centro un grande stemma della famiglia Cammarata, scolpiti su pietra del luogo. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

giovedì 21 novembre 2013

Chiusura Anno della Fede

 La chiusura diocesana dell'Anno della Fede di sabato prossimo in Cattedrale sarà animata dalla Polifonica Armerina "Salvino Laurella".

Cavalieri di Montesa

Emblema antico dei Cavalieri di Montesa

Nonostante avessero reso grandi servizi al cristianesimo, nel 1307 i Cavalieri Templari furono accusati dal re di Francia Filippo il Bello e dal papa Clemente V di gravi reati e di eresia. Sotto la pressione del Re di Francia furono arrestati, torturati e processati e molti di loro arsi sul rogo. Il re Giovanni II d'Aragona, anche se non aveva dato credito alle accuse, fu costretto a fare altrettando in Spagna e in seguito alla scomparsa dei Cavalieri Templari manifestò l'intenzione di disporre di un Ordine Militare propriamente Aragonese, a somiglianza di quelli che aveva la Corona di Castiglia (Santiago, Calatrava e Alcàntara) in modo da poter impedire la crescita eccessiva dell'Ordine Ospedaliero di S. Giovanni Battista all'interno del suo Stato. Nel 1317 il Re ottenne dal Papa il permesso di creare l'Ordine Militare di Santa Maria di Montesa, dato che la sede dell'Ordine era nel castello e città di Montesa, a 70 Km. a Sud di Valencia. Nel 1400 all'Ordine di S. Maria di Montesa si unì quello di S. Giorgio di Alfama, fondato nel 1201 per la difesa delle terre cristiane dalle incursioni dei Berberi sulla Costa di Tortosa vicino Tarragona (a Nord di Valencia), ma da diverso tempo in grandi difficoltà economiche. L'Ordine così riunito venne rinominato Ordine di S. Maria di Montesa e S. Giorgio di Alfama con l'emblema della croce rossa di San Giorgio sui mantelli e abiti. A questi due dopo qualche decennio si unì anche quello dei Mercedari. L'Ordine di Montesa partecipò attivamente alla Reconquista Cristiana e alle guerre di espansione del Regno d'Aragona e nel 1748 un terribile terremoto causò il crollo del castello-convento di Montesa, dove morirono circa trenta persone. Giorni dopo, un altro terremoto finì di abbattere quello che era rimasto, lasciando il castello-convento inabitabile per sempre. I sopravvissuti, su ordine del re Ferdinando IV, si trasferirono al Palazzo del Tempio in Valencia dove in seguito furono costruiti il convento, la chiesa e il collegio dell'Ordine di Montesa. Gaetano Masuzzo/cronarmerina  

mercoledì 20 novembre 2013

Nodo di GORDIO


Questo nella foto è un mosaico che ho visto tante volte e per altrettante volte mi sono chiesto cosa sognificasse. Per poi concludere che fosse un disegno come tanti altri che si trovano nella nostra Villa Romana del Casale. Invece, leggendo l'ultimo numero di un interessante mensile al quale sono abbonato, ho scoperto che si tratta del simbolo chiamato Nodo di Gordio. Questo simbolo è protagonista di un antico aneddoto. In Frigia (regione centrale dell'Anatolia, penisola della Turchia), era custodito un carro di battaglia appartenuto al leggendario re Gordio*. Il carro era legato a un palo con un nodo molto robusto, che era diventato il simbolo del potere dei successivi Re. Chi avesse sciolto il nodo avrebbe dominato il mondo. Nell'inverno del 333 a.C. Alessandro Magno (356 a.C.- 323 a.C.) giunse a Gordio**, estrasse la spada e lo tagliò. Il Nodo di Gordio, e il modo peculiare in cui fu "sciolto", simboleggia da allora un problema intricato che può essere risolto solo con un intervento radicale. (tratto da FocusStoria, novembre 2013) Gaetano Masuzzo/cronarmerina  

*Re mitologico greco.
**Città che prese il nome dal Re mitologico, abitata dall'VIII al II secolo a.C. e oggi solo un villaggio a pochi chilometri da Ankara, dove sono rimaste soltanto tracce delle antiche mura oltre a una porta monumentale.

martedì 19 novembre 2013

Il mestiere più ambìto


Il porcaro

Il contadino medievale doveva essere in grado di svolgere innumerevoli mansioni, ma all'interno della comunità agraria vi erano alcune figure specializzate: tra queste un ruolo di primo piano era detenuto dal porcaro. Il maiale non offriva solo la carne più consumata, anche perché si poteva conservare meglio per lunghi periodi grazie alla salagione, ma anche setole, lardo e strutto. L'animale aveva un'importanza tale che a partire dal VII secolo diventò l'unità di misura di boschi e selve, cui veniva dato un valore in base al numero di suini che vi si potevano allevare. Il porcaro aveva perciò una rilevanza speciale all'interno della comunità: già l'Editto di Rotari (n.d.r. Re dei Longobardi e Re d'Italia) del 643 d.C. assegnava al magister porcarius il valore più alto tra tutti i servi casati, pari a quello di un artigiano, e in caso di assassinio imponeva un pagamento compensativo pari a 50 scudi d'oro, mentre un pastore di capre, pecore o buoi veniva "risarcito" con soli 20 soldi d'oro. (tratto da FocusStoria, Ottobre 2013) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

lunedì 18 novembre 2013

Fontanella Villa Garibaldi / n. 1

Questa è la prima Fontanella di una lunga serie. E' quella che si trova sulla sinistra della nostra grande e bella Villa Garibaldi, dietro la parte destra della chiesa di S. Pietro. La villa fu ricavata dopo il 1866 dalla selva del vicino convento francescano. Appunto perché una volta giardino dei frati, ove coltivavano le erbe medicamentose, ancora oggi ci sono piante e alberi particolari e secolari. Sulla fontanella c'è scritto "Omaggio Ente per il Turismo Enna" ma non è la stessa dalla quale mi dissetavo mezzo secolo fa, salendoci e appoggiandomi con la pancia perché non ci arrivavo e, quindi, prima di bere certe volte lo zampillo, sempre alto e fresco, anzi, freddo anche d'estate, mi bagnava tutto il viso. Il "Giardino Garibaldi", come c'era scritto con le siepi nel pendio centrale in fondo, prima era molto frequentato e curatissimo. C'erano i giardinieri che nan babbiav'nu con i ragazzi che disturbavano o calpestavano le aiuole: i cörsi ch' n' fascev'nu fé ! 
Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 17 novembre 2013

Famiglia Torre

D'azzurro alla torre d'argento accostata da due leoni affrontati e controrampanti d'oro e sormontata da tre gigli d'oro posti in fascia. In capo un'aquila bicipite spiegata d'oro.
La famiglia Torre (alias de la Torre) originaria dalla Francia dal cognome La Tour, passa in Italia e poi in Sicilia alla fine del XIV secolo. A Plaza nel 1445 troviamo Marco de la Turri (alias de la Torre) che è Giurato testimone in atti amministrativi. Nel 1455 Bartolomeo de la Turri è avvocato della Magna Curia nella nostra Città. 1527 Francesco La Torre è notaio e Giurato che testimonia in atti amministrativi. 1540 ca. fra Tommaso La Torre, laico, da Caltagirone, fa parte dei Francescani Osservanti Riformati che ottengono il permesso di ritirarsi nel convento di S. Maria di Gesù, per condurre una vita da anacoreti. 1555 Giovanni La Torre è tra i firmatari dei "capitoli di la pachi"* tra la fazione della famiglia degli Aguglia (alla quale fa parte Giovanni Francesco Trigona e il figlio Marco) e quella dei de Assoro (famiglia della futura moglie di Marco, Laura) e Lo Bosco. Della nobile famiglia La Torre nella nostra Città, esiste un solo stemma posto su una colonna nel chiostro del convento del Carmine, per aver contribuito con aiuti finanziari al suo completamento nella seconda parte del XVI secolo. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

*Questi capitoli furono chiamati anche "Capitoli di Pace" e risolsero, con l'interessamento diretto del vicerè don Giovanni de Vega e del Priore del Convento Carmelitano cittadino, una violenta contesa per interessi economici durata oltre 10 anni. I Capitoli furono firmati nella Chiesa Madre ancora in piena fase di rinnovamento e con il campanile senza gli ultimi due livelli.

sabato 16 novembre 2013

Cav. Legnosecco / Curriculum Parte 2^


Salvatore Legnosecco dal 2009 ha frequentato il primo Corso di abilitazione "Servizio Ordine" presso Mariscuole Taranto e, attualmente, svolge l'incarico di 1° Aiutante del Comando Forze da Pattugliamento per la Sorveglianza e la Difesa Costiera, ove ha dimostrato di possedere chiare e spiccate doti professionali ed umane che ne fanno un sicuro punto di riferimento e di esempio. Durante la frequenza del corso presso il Rgt. San Marco di Indottrinamento e di abilitazione alla Vigilanza e Protezione ai siti dell’Operazione Strade Sicure/Strade Pulite, per l’impegno profuso durante il corso stesso, è stato un esempio per i colleghi più giovani e punto di riferimento, ricevendo da parte del personale istruttore del Rgt. "San Marco" sentimenti di incondizionata stima e alta considerazione. Lo stesso impegnato sul territorio alle dipendenze della Brigata Garibaldi di Caserta, prima come comandante del sito di Caivano (NA) e successivamente come Comandante della Compagnia Marina ad Acerra (NA), ottenendo vivo apprezzamento per l’ottimo lavoro svolto rafforzando l’immagine della Marina Militare in ambito Interforze. Nell’anno 2010 si è laureato in Scienze Giuridiche alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, discutendo una tesi sulla storia del Diritto Italiano dal titolo "Per un atto giuridico-istituzionale di Augusta: l'Arsenale della Marina Militare" ricevendo sentimenti di compiacimento e riconoscimento da parte dei docenti universitari. Contribuisce altresì in maniera significativa ad impegnarsi, con positive ricadute verso l’immagine istituzionale della Forza Armata, in attività sociali di pubblica utilità, dimostrando grande senso del dovere e della responsabilità civile e guadagnandosi unanime riconoscimento e plauso. Su base di continuità è, inoltre, impegnato in attività di volontariato in altre associazioni umanitarie e culturali presso il "Servizio Internazionale Strategie Onlus" quale referente per il territorio Sicilia, svolgendo  un'intensa e proficua attività ai fini del raggiungimento degli obiettivi statuari che sono: tutela dei diritti civili, antiusura ed antiracket, tutela dei rapporti bancari, diritti del consumatore e tutela degli immigrati. Inoltre, fa parte dell’Associazione culturale "Lamba Doria" di Siracusa, partecipando tra l’altro a varie iniziative: a titolo esemplificativo nel 2007 partecipò alla commemorazione e alla scopertura di una lapide marmorea al monumento ai Caduti d’Africa a Ragusa e nel 2009 all'intitolazione di una piazza a Cassibile (SR). Attività queste che lo coinvolgono nella realtà quotidiana e in particolare nella provincia di Siracusa a beneficio di tutta la collettività, dando così lustro e prestigio alla Marina Militare e, più in generale, alle Istituzioni. Il Luogotenente Legnosecco è  insignito delle seguenti onorificenze: Cavaliere Della Repubblica, Medaglia Mauriziana per meritevole servizio, Medaglia d'Onore d’Argento per lunga navigazione marittima compiuta (15 anni), Croce d'Oro con stelletta per anzianità di servizio militare (40 anni), Croce Commemorativa per attività di soccorso internazionale in Albania, Croce Commemorativa Operazione Strade Sicure, Distintivo d’Onore per il lungo periodo di imbarco sui Dragamine. Sposato con la Signora Restivo Assunta, ha due figli Vanessa di 28 anni e Antonino di 23. Gaetano Masuzzo/cronarmerina



giovedì 14 novembre 2013

Fontana Villa delle Meraviglie / n. 22

 

Questa nella foto in alto è la parte anteriore di un'altra fontana della Villa delle Meraviglie, perfettamente funzionante e con una vasca retrostante rettangolare che vi mostrerò la prossima volta. C'è una lapide (foto in basso) con una scritta in latino e gli stemmi delle famiglie Cammarata e Trigona che fa riferimento ai proprietari. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

mercoledì 13 novembre 2013

Cav. Legnosecco / Curriculum Parte 1^


Il 1°M.llo Lgt. LEGNOSECCO Salvatore, nato a Piazza Armerina il 12 agosto 1958, l’11 gennaio 1975 si è arruolato volontario del C.E.M.M. da Mariscuole in qualità di Allievo Elettricista per la ferma di sei anni a premio, ha frequentato il corso di specializzazione ed al termine è stato imbarcato sull Nave “U. Grosso” per il completamento pratico di categoria. Successivamente è stato inviato al Maridepocar di La Spezia per Marinarsen per la frequenza del corso di Conduttori di Girobussola, al termine è stato imbarco sul DR. “Timo” in qualità di sottordine al C° Elettricista e Girobussolista. Dopo essere stato ammesso a domanda alla ferma complementare a premio di due anni, ha frequentato il corso I.G.P. e i corsi di completamento studi di Alta e Media Tensione presso la stessa Mariscuola Taranto e Marinarsen Taranto. Nel 1982 ha frequentato il Corso di Dragaggio e compensazione Magnetica presso Maricendrag Spezia. Dal 1982 al 1985 imbarcato sul Dragamine “Vischio” in qualità di Capo Elettricista e dal 1985 al 1987 è stato imbarcato sulla Fregata "V. Fasan" con l’incarico di Capo Gruppo Forza e Centrale. Dal 1987 al 1990 è stato destinato presso il Comar Augusta per l’Ufficio Porto come Capo Elettricista e Capo Officina Elettrica, con periodi di temporaneo imbarco su Nave “Adige” in sostituzione del Capo Elettricista. Imbarcato su Nave “S. Todaro” dal 1990 al 1991 e, stando a disposizione dello stesso Comando inviato a Mariscuola Taranto, imbarcato su Nave "De P. Cristofaro" dal 1991 al 1992 come Capo Elettricista e Capo Centrale, ha partecipato alle operazioni “Pellicano” per il primo esodo Albanesi. Nell’arco degli ultimi 37 anni  ha sempre evidenziato notevole attaccamento alla Forza Armata e ha svolto tutti gli incarichi assegnatigli con eccellenti risultati. Infatti, dal 1992 al 1996, destinato al Comar Augusta per il Deposito Mine di Belpasso di Sigonella - Nato Depot Mine per la U.S. Navy., ha ricevuto lettera di apprezzamento per aver dato lustro alla Marina Italiana per la disponibilità, la professionalità e per la capacità di risoluzioni di problemi tecnici/logistici dimostrata durante delicate operazioni di rilievo inerenti l’operatività del Deposito Mine. Ha altresì frequentato presso il Btg. San Marco il corso di difesa installazioni e bonifica area da esplosivi inesplosi. Dal 1996 al 1998, imbarcato su Nave "Urania" come Capo Componente Elettrica, ha partecipato all’operazione “Alba 2” e, dal 1998, ha espletato il proprio servizio presso l’O.P.I. di Marinarsen Augusta sino al 1999 ove, successivamente è stato destinato al Comar Augusta per l’Ufficio Porto con l’incarico di Capo Elettricista e poi trasferito nuovamente presso il Deposito Mine di Belpasso di Sigonella per la U.S. Navy. Presso tale destinazione, dal 2001 con l’incarico di Capo elettricista e Capo Officina Elettrica, ha ottenuto da parte del Comando della U.S. Navy vivi sentimenti di apprezzamento e riconoscimento per i lusinghieri risultati per la professionalità dimostrata sia durante l’attacco alle “Torri Gemelle” dell’11 settembre 2001, disponendo di propria iniziativa (essendo il Sottufficiale di guardia), tutte le misure di sicurezza per la difesa dell’installazione in sinergia con il personale della U.S. Navy e, per i periodi successivi, contribuendo alla risoluzione delle varie tipologie di carattere tecnico/logistico interni all’installazione e sia con soggetti esterni, contribuendo a rafforzare l’immagine della Forza Armata operando a favore del Comando della U.S. Navy. Successivamente è stato impiegato dal 2007 al 2010 presso la DSD – Sezione Sistema da Combattimento di Marinarsen Augusta ove ha conseguito pregevoli risultati. (continua) Gaetano Masuzzo/cronarmerina

martedì 12 novembre 2013

Cavalieri di Montjoie

La croce dei Cavalieri di Montjoie
L'Ordine dei Cavalieri di Montjoie fu fondato verso il 1173 in Terrasanta dal conte spagnolo Rodrigo Álvarez appartenente già all'Ordine Cavalleresco di Santiago. Il nome deriva dalla sede, ovvero dalla collina da dove i Crociati avevano visto per la prima volta Gerusalemme e dove stabilirono il loro quartier generale con un castello. Da qui il nome della "montagna della gioia", in latino Mons gaudii, in spagnolo Monte gaudio, in francese Mont de joie, contratto in Montjoie. L'Ordine seguiva la Regola Cistercense e venne ufficialmente riconosciuto dal Papa nel 1180. Sette anni dopo un contingente dell'Ordine combattè nella battaglia di Hattin e fu annientato sino all'ultimo uomo. Dei superstiti dell'Ordine una parte rimase in Terrasanta, venendo assorbita dai Templari, una parte si trasferì in Aragona, dove vennero conosciuti come i Cavalieri di Trufac difensori dei pellegrini cristiani nella penisola iberica. Nel 1221 Ferdinando re di Aragona ordinò che l'Ordine venisse disciolto e incorporato nei Cavalieri di Calatrava. Gaetano Masuzzo/cronarmerina