NEL CERCHIETTO GIALLO I RESTI DEL MURO SUD DEL CASTELLO DI PLACIA

martedì 30 aprile 2013

Mostra al Museo Diocesano

In questi giorni al Museo Diocesano c'è la mostra dedicata alle opere di Antonino Nacci (Monreale 1938 - Sciacca 1989) che negli anni settanta del secolo scorso iniziò una "nuova produzione artistica/concettuale: la "sabbia" diventa arte. Quella sabbia che Nacci raccoglie, amalgama con colla vinilica e poi stende sulla tela con decise spatolate e infine incide, dando vita al suo mondo onirico." Nella foto possiamo osservare il tema ricorrente (sembra una navicella spaziale) in diverse opere che rimarranno esposte sino al 19 maggio prossimo. Gaetano Masuzzo/www.cronarmerina.blogspot.it

1836 - Turista le-Duc 2^ Che delusione!

Piazza a metà '800

 Parte 2^: Che delusione!

"Ma che delusione! Questa città così graziosa, così piacevole da lontano, così fresca e il cui soggiorno ci sembrava tra i più dolci, da vicino non ci offriva che orribili catapecchie sudicie e nere, delle capanne senza finestre, mal costruite, brutte, un paese polveroso e sterile, acqua putrida e fango dappertutto; quando si sono fatte otto leghe (36 Km. circa) sotto il sole e si ha sete e si avrebbe bisogno da qualche giorno di un buon letto e di un alloggio passabile, non si può immaginare il dispiacere che due viandanti provano non trovando niente che possa ristorare la loro stanchezza, niente che risponda alla speranza che avevano di potersi riposare un mezza giornata in pace in mezzo ad una città piacevole e in un buon albergo. Infine ci arrampichiamo nella città, poiché in tutto questo detestabile paese bisogna arrampicarsi per un quarto d'ora almeno per arrivare ai piedi della città, eccoci nella strada principale. "La Locanda?", ci chiediamo ansanti. Eccola, ma non c'è più posto, è piena (nuova disperazione); ci si conduce allora in un posto malfamato spaventoso, in una capanna sporca e affumicata; ci si dà per passare la nostra notte una camera per metà smattonata i cui muri screpolati minacciavano di rovinare, delle sedie rotte, una tavola di cui era impossibile definire né la forma né il colore, due letti! Cioè due cumuli di stracci posati su dei (...), in un angolo un mucchio di calcinacci e d'immondizia, una finestra senza imposte né vetri, su un'asse alcuni vasi (...) e delle cipolle, appeso a un chiodo un vecchio cappello, quanto ai muri essi erano rossicci e grassi come un vecchio lume..." Gaetano Masuzzo/www.cronarmerina.blogspot.it

►Tratto "Dalle relazioni dei Regi Visitatori...", web.tiscali.it/università popolare, 1999, I. Nigrelli/Univ. Pop. Tempo Libero, I. Nigrelli, Piazza Armerina.

lunedì 29 aprile 2013

Particolarità a Piazza Vecchia

L'ingresso alla chiesetta di Piazza Vecchia

La Madonna di Piazza Vecchia sull'altare

Gli autori del dipinto alla sx dell'altare

Il prossimo 3 di maggio, quando andrete al santuario di Piazza Vecchia prestate attenzione sia al particolare arco che c'è all'ingresso e sia agli autori del dipinto alla sx dell'altare. Uno dei due pittori che hanno collaborato al dipinto è un mio lontano parente, Bartolomeo Masuzzo. Primogenito del mio trisavolo Angelo, abitava ai Canali e di mestiere faceva l'imbianchino e, devo dire, non se la cavava tanto male a dipingere. Se qualcuno ha delle notizie riguardanti l'altro autore, me li comunichi che li pubblicherò con piacere. 

Sodalizio degli Studenti

L'ingresso dell'ex chiesa di San Girolamo in via Garibaldi
A Piazza esisteva anche il Sodalizio degli Studenti. Fu fondato quando gli studenti nella nostra Città iniziarono a essere numerosi, specie quelli più anziani e avanti negli studi. I Gesuiti eressero nel 1605 la "Casa Professa" (la terza in Sicilia) che divenne "Collegio di Studi" dieci anni più tardi. Anche i Teatini eressero la loro "Casa" (la quarta nell'Isola) sempre in quel periodo (1609). Pertanto Platia divenne, a partire dalla prima metà del '600, un centro rinomato per gli studi a tutti i livelli. Nel Collegio diretto dai Padri Gesuiti c'erano gli Studia Inferiora dove in 5 anni venivano insegnate materie che andavano dalla grammatica alla retorica, dal greco all'ebraico. Subito dopo c'era lo Studium Artium et Naturalium (Facoltà delle arti o di filosofia) dove in 6 anni le materie spaziavano dalla matematica alla filosofia, dalla botanica all'astronomia. Alla fine del sesto anno si otteneva, dopo un esame, il Magistero o Dottorato che consentiva di esserere incorporati nel gruppo di maestri della facoltà. Dal 1689, coi proventi dell'eredità di don Antonino Chiarandà e altri, il Collegio di Studi divenne Università di Studia Superiora aggiungendo altri 6 anni in cui si studiavano sacre scritture, teologia, medicina, fisica, diritto etc. Superando i primi tre anni si veniva dichiarati Maestri d'arte, suoperando gli altri tre Dottori in teologia. Il Sodalizio era posto sotto il titolo di S. Girolamo (o Geronimo) e gli studenti sodali si riunivano nella chiesa dedicata al Santo, che era situata nell'odierna via Garibaldi al n. 44, oggi trasformata in abitazione ed esercizio commerciale. La scelta del patronato cadde sul Santo di origini croate perché durante la sua vita (347-420 d.C.) fu un teologo, uno scrittore e tradusse la Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino. Infatti, è patrono non solo degli studenti ma anche degli archeologi, bibliotecari, traduttori e studiosi in genere. Inoltre, viene festeggiato ogni 30 settembre e questo dagli operatori scolastici era considerato di buon augurio perché precedeva l'1 di ottobre, da sempre sacro e tradizionale inizio dell'anno scolastico, prima della caotica autonomia. Per finire, ricordo che la chiesa di S. Geronimo prima di trasformarsi in abitazione ed esercizio commerciale era stata anche la sede del cinema muto, segheria e, più recentemente, negozio di mobili.   

domenica 28 aprile 2013

1836 - Turista le-Duc 1^ Speranzosi

Nel 1836 il grande architetto francese Eugène Viollett-le-Duc (1814-1879) visita la Sicilia e ne scrive nelle sue "Lettres d'Italie 1836-1837 andressées à sa famille" pubblicate a Parigi nel 1971. Nel 1972 la casa editrice palermitana Sellerio le pubblica in italiano e il nostro compianto prof. Ignazio Nigrelli ne acquista una copia che presta a un amico per non rivederla più. Pertanto, amareggiato, è costretto a tradurre direttamente dal francese la parte riguardante la nostra Città, eccovela divisa in tre parti:

Parte 1^: Speranzosi


"Dunque a Caltanissetta eravamo già stanchi e affaticati. Non potevamo restare là perché non c'era niente da fare. Giorno 30 alle 3 del mattino Peppe viene a svegliarci e partiamo per Piazza. Non ti descriverò la strada perché assomiglia abbastanza a tutte quelle che abbiamo visto all'interno della Sicilia. La città di Piazza si vedeva attraverso gli alberi in fondo alla piccola gola in cui noi camminavamo e la cupola della cattedrale dominava quest'incantevole paesaggio. L'anima un poco sollevata e la speranza di trovare un bel posto fresco e tranquillo ci faceva camminare con coraggio, sicché a mezzogiorno eravamo sotto Piazza. Tuttavia con nostro grande stupore a un miglio nelle vicinanze di Piazza ci troviamo in una vallata incantevole, fresca, coperta dalla più bella vegetazione, non di oliveti e aranceti di cui cominciamo ad essere sazi, ma di pioppi tremuli, di querce e di noccioleti, infine noi crediamo di essere quasi in Francia, e questo piccolo posto bagnato da ruscelli freschi e limpidi (cosa che non avevamo più visto da Palermo) ci faceva battere il cuore di gioia, riportandoci totalmente nel nostro bel paese, troppo poco conosciuto e troppo poco vantato (la Borgogna).

►Tratto "Dalle relazioni dei Regi Visitatori...", web.tiscali.it/università popolare, 1999, I. Nigrelli/Univ. Pop. Tempo Libero, I. Nigrelli, Piazza Armerina.

Famiglia Girgenti

Troncato: nel primo d'azzurro al castello d'argento con tre torri; nel secondo d'argento a tre fasce ondate d'azzurro.
Il primo dato che abbiamo della famiglia piazzese Girgenti è che risulta iscritta alla Mastra Nobile della Città nel 1545. 1611 Francesco Girgenti è Secreto di Platia, 1627 Michelangelo Girgenti (senior) è membro del Consiglio cittadino degli Ottanta, giudice della Corte Pretoriana di Palermo e del Tribunale della Gran Corte Civile del Regno negli anni 1635/36/37. Inoltre, è feudatario di Giardinazzi (in territorio di Aidone), barone di Rabugino nel 1633 e nel 1643 è nominato Presidente del Tribunale del Regio Patrimonio. 1674 Michelangelo Girgenti (junior) è Padre Teatino presso Messina, dal 1699 è Vicario Generale del Vescovo di Patti e negli anni 1690 e 1720 è Preposito della "Casa" teatina della Città. Nel 1727, dopo la chiusura del collegio dovuta alla "Controversia Liparitana" dal 1713 al 1719,  fa effettuare molti lavori presso la chiesa di S. Lorenzo (dei Teatini) e il collegio stesso, affinché si ponga rimedio alla situazione disastrosa trovata al loro ritorno, e quindi riaprire lo "Studio Pubblico".

sabato 27 aprile 2013

Oggetto utile ma in disuso



Quelli nelle foto sono i cosidetti BATTENTI o BATACCHI per porta e venivano usati come gli odierni campanelli elettrici. Anche se l'elettricità a Piazza vide la "luce" nel 1904, per oltre un ventennio illuminò e deliziò col rumore assordante (TUMP, TUMP), soltanto le abitazioni circostanti (i miei nonni materni abitavano proprio nel cortile retrostante) la centrale elettrica alimentata a nafta, situata al secondo piano dell'ex chiesa e convento delle Carmelitane di Santa Rosalia, poi pretura, facoltà della formazione operatori turistici, scuola media e uffici comunali. Anche quando il servizio elettrico si estese oltre, continuarono a essere usati per tanto tempo i battenti a mano per farsi sentire da dentro le abitazioni. Considerando anche il fatto che prima non c'erano tutti i rumori del traffico stradale di oggi, il rintocco, raramente uno e lieve, era ben percettibile dalle sensibili orecchie dei nostri avi, che solitamente rispondevano con estrema raffinatezza: CU È? O ancora più esplicitamente, dove si coglievano tutte le nostri origini franco-arabe: CU È DDÖCH?  Ancora oggi u batàggh lo si trova nelle porte, portoni, portoncini del centro storico, usandolo raramente solo in caso di mancanza momentanea dell'elettricità e anche per non lasciarci il buco nella porta o per ornamento. Stavo dimenticando un altro congegno molto sofisticato "legato" all'apertura delle porte in assenza di elettricità: U F'RRÈTT CU LAZZU. Era presente nelle abitazioni a più piani e tirando u spàgu si alzava meccanicamente u f'rrètt che teneva chiusa la porta, ovviamente dopo aver atteso la risposta al cu è ddöch? Alla quale il più delle volte si riceveva la risposta, sempre derivante dalle nostre nobili origini: TO SÖRU

 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina


1612 - Quinto titolo della Città

Madrid, Plaza Mayor, statua Filippo III d'Asburgo II di Spagna

  5° Titolo: SPETTABILE

Nel 1612 la Corte Giuratoria (Giurazia) della nostra Città chiamata Platia, pagando 10.000 scudi (ca. 720.000 Euro di oggi) a re Filippo III d'Asburgo e II di Spagna (1568-1621) ottiene il titolo di SPETTABILE. Oltre a questo titolo il Re concede il privilegio di amministrare oltre alla giustizia civile anche quella penale (mero e misto imperio) attraverso il tribunale composto da Tre Giudici. Il nuovo titolo, che anche la vicina città di Caltagirone possiede dal 1603, conferisce alla Città maggiore prestigio e considerazione da parte delle altre, essendo ritenuta degna di stima e di particolare riguardo. In questo periodo Platia conta circa 16.000 abitanti, essendosi ripresa discretamente dalle calamità della fame, della siccità e dall'epidemia di peste patite quattro anni prima. Tra i suoi abitanti vi sono quattro conti e trentanove baroni, il Comune si è impegnato a pagare al Preposito Generale dell'Ordine dei Gesuiti di Roma 12.000 scudi in 12 anni per la trasformazione della "Casa Professa" in "Collegio di Studi" e la cittadinanza è pronta alla ricostruzione del Palazzo del Vescovado demolito cinque anni prima per eseguire il primo progetto, poi abbandonato, della costruzione della nuova Chiesa Madre. Quando la prossima volta andremo a Madrid, non dimentichiamoci di ammirare nella piazza più bella e importante della capitale spagnola, Plaza Mayor (nella foto), la statua del re che concesse questo titolo alla nostra Città quattro secoli fa.  

venerdì 26 aprile 2013

Oggetto misterioso n. 9

Di che cosa si tratta ?


Progetto per la SP4

Ho avuto tra le mani alcuni dossier con i programmi dei candidati a sindaco di Piazza. Nella foto uno dei progetti promessi per la nuova SP4 nel tratto di Grottacalda entro un mese, al massimo due, insomma subito dopo le elezioni !  Io quasi quasi ci credo, e voi ?

giovedì 25 aprile 2013

Sodalizio degli Staffieri-Servitori


Via Misericordia, in una delle porte a dx (n. 47) l'ex chiesa
Ho parlato già dei mezzi di trasporto di una volta e senza dubbio i quadrupedi ne erano alla base. Senza un asino o un mulo si era letteralmente appiedati. Non parliamo dei cavalli perché, contrariamente a quello che si vede nei film d'epoca, erano rari e se li potevano permettere solo i ricchi, i nobili e gli alti gradi militari. I fortunati che potevano contare su questi animali andavano incontro a tante spese di "manutenzione" e tra queste c'era il mantenimento dei servi che, in un modo e nell'altro, erano addetti al "funzionamento" del mezzo. Il cavaliere nelle sue attività civili e militari veniva affiancato da un servo che si prendeva cura di lui, delle armi e del cavallo: lo scudiero. Quando in Europa venne introdotta la staffa intorno al 500 d.C., già inventata almeno tre secoli prima in India, ne migliorò l'equilibrio e la stabilità, rivoluzionando soprattutto il modo di guerreggiare potendo caricare il nemico senza essere disarcionati. A questo punto lo scudiero prese il nome anche di staffiere, incaricato di reggere la staffa al signore nel momento in cui questo saliva a cavallo e di seguirlo poi camminando a piedi accanto alla staffa (ed ecco pure il nome di palafreniere, cioè che aiutava a guidare e frenare il mezzo). Quando gli spostamenti iniziarono a essere compiuti anche a bordo di vetture, lo staffiere divenne il servo che accompagnava il signore sulla vettura, per questo veniva chiamato anche famigliare o servitore. A Piazza intorno al '500 gli staffieri e servitori per aiutarsi reciprocamente diedero vita al loro Sodalizio sotto il titolo di S. Leonardo. Il Santo protettore non venne scelto a caso. Infatti, San Leonardo, che era stato un abate francese visssuto all'incirca tra il 496 e il 550 d.C., per aver contribuito nella sua vita alla restituzione della libertà a molti prigionieri, era considerato il patrono dei carcerati e dei fabbricanti di catene, fibbie, fermagli e degli accessori (finimenti) indossati dai cavalli durante il loro uso, perciò anche degli staffieri. La sede dove erano soliti riunirsi era la chiesa di S. Bernardino in via Boscarini (?) al Monte. Successivamente, forse perché trasformata in abitazione, il sodalizio si trasferì nella chiesa di S. Maria della Misericordia, nell'odierna via Misericordia (nella foto, anch'essa poi trasformata in abitazione). Per esserci un Sodalizio, gli staffieri dovevano essere numerosi, confermando così l'alto numero di nobili presenti nella nostra Città che se li potevano permettere (nel 1600 c'erano 4 conti e 39 baroni). Quando diminuirono i nobili con le loro ricchezze e iniziarono a circolare altri mezzi, gli staffieri scomparirono del tutto, lasciando il posto ai meno costosi sgabelli o panche d puntàggh di cui vi ho già parlato lo scorso 8 aprile. 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

Oggi non solo vacanza


Oggi, in occasione della Festa della Liberazione, vi voglio segnalare il sito di www.memorieincammino.it dove potete trovare storie sul fascismo, antifascismo, seconda guerra mondiale, deportazione e resistenza, raccontate dai diretti protagonisti. Le testimonianze, che vanno dal 1922 al 1945, sono legate ai territori di provenienza. Una volta sul sito cliccate sul mappamondo verde, vi apparirà una cartina europea con tutti i paesi che hanno contribuito all'invio di dichiarazioni e documenti su quei terribili momenti. Zoommando sulla cartina della Sicilia potete cliccare su Piazza Armerina e spostando in basso la pagina vi appariranno 12 riquadri, con 2 testimonianze di piazzesi (Pierina Ruisi e Salvatore Mela) e 10 foto di documenti, tra i quali il diploma di partecipazione ai "Prelittoriali del lavoro del 1941" di mio padre Gino. Questo potrebbe essere un modo diverso per ricordarsi dei 415.000 morti italiani, di cui 85.000 civili, che ebbero la "fortuna" di vivere, e morire, in quel tremendo periodo della storia d'Italia e poter imparare per il futuro. 


mercoledì 24 aprile 2013

Scalinata di Sant'Anna

PER LA SERIE: Non höi unna grattèrm a tèsta !

Secondo voi quanti sono i gradini della scalinata di Sant'Anna chiamata anche a scala di zzòppi ?

Vietato contarli prima della soluzione, l'impianto di videosorveglianza messo in funzione dal blog vi controllerà mentre zoppicate ! 

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

6^ Veduta della Città

Veduta della Città da Ovest, metà '600
Questo è il terzo disegno tra gli scritti del sacerdote Filippo Piazza (1884-1959) che riporta la veduta della Città ma dal lato Ovest, dall'alto della contrada di Piano Marino. Il periodo è sempre quello della metà del Seicento, durante il quale la Chiesa Madre è ancora senza cupola ma col grande campanile ben in evidenza. Accanto, alla sua sx, il grande edificio del Vescovado abbattuto nel 1607, per far posto alla nuova Chiesa Madre secondo il primo progetto dei tre architetti interpellati due anni prima, ma poi ricostruito dal 1614 al 1626 da G. D. Gagini junior. Poco in basso a dx si nota il campanile della chiesa della chiesa degli Angeli Custodi, ancora a dx il Castello Aragonese. Scendendo troviamo una chiesa, quella di S. Nicola (poi Madonna della Catena), verso sx quelle del Crocifisso con un campanile non alto ma imponente, poi quella di S. Martino. Salendo in alto a sx c'è la chiesa del convento di S. Francesco con l'alto campanile. L'edificio che si vede in basso, fuori le mura, potrebbe essere la chiesa dell'Indirizzo, l'unica che si ricorda in quel sito. Un'altra particolarità di questo disegno è quella che non si distinguono nè mura attorno la Città, nè porte che sappiamo essercene state almeno sette.

martedì 23 aprile 2013

Convergenze parallele

Che tratto di strada delle nostre parti vi ricorda ?

I cèuzzi rössi


I cèuzzi rössi


Come veniva mangiata la ricotta du r'cuttèr così era con altri prodotti della "grande distribuzione" porta a porta. Nel mese di agosto, famoso per la produzione di molti frutti, c'era chi raccoglieva, imbrattandosi da sanguinari alla Dracula (anch'io ho provato questa emozione... anche quella di mia madre che mi guardava al ritorno dalla raccolta), I CÈUZZI RÖSSI. C'era il contadino M'nnèdda (forse il vero cognome era Minnella) che passava cu panèri e panarétti pieni di questi frutti ideali per chi soffriva di stitichezza, e alla modica somma di £. 1 a panèr li riversava sui piatti del momento. In falegnameria si usava, alla faccia dell'igiene, il solito pezzo di compensato, spolverato e poi lavato alla fontanella della Villetta Roma. Proprio nel laboratorio artigianale non mancavano i pezzi di legno per ricavarne sapientemente degli stecchini per poter infilzare i dolci frutti dalle proprietà antibiotiche e portarseli in bocca per gustarli e, perché no, sembrare un vampiro appena soddisfatto della sua ultima vittima !
Però... tannu ch'era bedda a pul'zìa !    

lunedì 22 aprile 2013

Appena un anno fa

Chiesa di S. Pietro, 22 aprile 2012
Copia dell'affresco di Suor Arcangela Tirdera alle mie spalle

Un anno fa, la sera del 22 aprile, sembra sia passato un secolo, presso la chiesa di S. Pietro, Padre Cipriano, venuto a mancare lo scorso ottobre, mi diede la possibilità di parlare della mia ricerca su una Suora Terziaria Francescana piazzese del XVI secolo. La mia trattazione fu piacevolmente intervallata dalle voci dei soprani Maria Concetta Rausa e Lara Tigano, accompagnate all'organo dal maestro Angelo Gallotta. Tutto ebbe inizio dall'inaugurazione della Pinacoteca Comunale nel dicembre 2012, quando il mio lo sguardo cadde su un affresco anonimo proveniente dal convento francescano di S. Maria di Gesù. Le poche lettere sottostanti l'affresco, mi diedero lo spunto per approfondire la storia della nostra concittadina Suor Arcangela Tirdera e scoprire tante altre cose, anche su delle antenate di mia nonna Giuseppina Cagno. Arcangela, figlia di una nobile famiglia (era proprietaria del palazzo che poi il Comune donò ai Benedettini provenienti dal borgo Fundrò, poi sede degli uffici comunali), visse tra il 1538 e il 1598 dando segni di santità sin da giovane. Dopo tante penitenze e atroci sofferenze (gli ultimi 22 anni li trascorse sempre a letto) morì a sessant'anni e venne sepolta proprio nella cappella che la sua famiglia aveva nella chiesa di S. Pietro. A chi volesse approfondire la storia di questa Serva di Dio nostra concittadina e altro, consiglio di cliccare sul link a fondo pagina tra "Le mie ricerche già pubblicate": http://ilveltro.blogspot.it/2012/02/storia-la-piazzese-suor-arcangela.html.

     


La viabilità in Sicilia fine '700

I muli, sempre importanti mezzi di trasporto
Il problema stradale venne esaminato dal Parlamento siciliano nel 1774 e nel 1778 venne varato un piano generale delle strade che aveva come scopo la costruzione di 5 strade consolari partenti tutte da Palermo, così da collegarla a Girgenti, Sciacca, Mazzara, Messina per la via delle montagne con un braccio per Catania; Messina per la via delle marine per un braccio per Catania; Piazza-Caltagirone-Noto con un braccio per Terranova e Licata; Modica con un braccio per Siracusa e Augusta. L'onere di tale spesa per un importo di 24 mila scudi (ovvero 9.600 onze, equivalenti a oltre 1.700.000 Euro) doveva ripartirsi tra il baronaggio, il clero e le università baronali e demaniali (comuni). Approvato il piano si decise di iniziare la costruzione della Palermo-Messina per le montagne, iniziando la costruzione contemporaneamente da Palermo e da Messina e, nello stesso tempo, di sistemare i passi di Taormina e Castrogiovanni, che averebbero permesso intanto una certa viabilità interna. I lavori vennero iniziati nel 1779 da Porta Felice ma vennero sospesi dopo sette miglia (il miglio siciliano equivaleva a 1.486 metri, pertanto i lavori furono sospesi a ca. 10 Km.) perché la Deputazione Regia si accorse che erano già costati 75 mila scudi. Nel 1790 le strade già costruite raggiungevano appena i 160 miglia, nel 1824 poco più di 250. Vi è una scuola di storici-economisti che affermano che la scarsità di traffico è la causa della mancanza di strade, le quali sarebbero state un lusso non richiesto e superfluo oltre che un investimento antieconomico. Vi sono altri che ritengono il problema stradale legato alla politica, poiché eliminata la difficoltà delle comunicazioni "cangiarebbe d'aspetto il regno mirabilmente, l'educazione degli uomini si renderebbe più uniforme, e si toglierebbe l'enorme differenza che oggi divide la Nazione in una piccola parte colta, ripulita, e un'altra grandissima rozza, senza costume, senza industria e senza cognizioni. Gli uomini per lo più sono tali quali li vogliono coloro in cui mano sta che sieno di questa o quest'altra maniera." 
Non vi sembra di sentire ancora oggi questi discorsi, o no ?!

domenica 21 aprile 2013

U r'cuttèr

Il sig. Lo Presti u r'cuttér

Non si poteva concludere l'argomento fascèdda o cavagnèdda pa r'cöita senza ricordare l'ultimo nostro R'CUTTÈR che si è visto per le vie del centro storico. Era il signor Lo Presti il cui disegno è riportato nel Calendàri â ciaccësa di L. Todaro. Io lo ricordo perfettamente così, con la sua bisaccia stracolma di fascèddi piene di ricotta fresca, profumata e morbida come il velluto. Il disegno è accompagnato dalla poesia, piena di rimpianto e con un pizzico di nostalgia del poeta Gioacchino Fonti (Caltanissetta 1926 - P. Armerina 1994), a lui dedicata e che riporto con piacere qui sotto:

U r'cuttè

Quann, a cent'anni, tu non sênti ciù
dda vösg che va e vëngh p'agn via,
dâ matt'nàda nfinâ vemarìa,
griànn U r'cuttè...! u sai cu fu.

U r'cuttèeee...! Lo Presti, u r'cuttèr
ch' cu a b'sàzza ncödd e i fascèddi,
t' sförna dintra û piatt i r'cuttèddi 
ten'ri ch ggh' scöla ancòra u ser...

L'urt'm r'cutter. Nô savè,
figghi dî figghi mi, cö ch' p'rdè!

Gioacchino Fonti

Famiglia Genova

D'azzurro al leon d'oro, contemplante una mezza luna rovesciata d'argento
La famiglia Genova o de Genoa risulta presente a Plasia sin dal XIII sec. e nel 1309 appare un Pietro de Genoa bajulo di Piazza. Nel 1520 è iscritta alla Mastra Nobile della Città. Nel 1678 Giovanni Genova, condannato ingiustamente, ottiene risarcimento dal vicerè Vincenzo Gonzaga, nel 1737 è Senatore Urbano e nel 1741 è componente della Corre Giuratoria. 1714 Ignazio è tra i sacerdoti che ubbidiscono al re nella Controversia Liparitana, 1734 Antonio è I barone di Cutomino Soprano e titolare della Corte Capitanale. 1755 Antonio e Ignazio Genova-De Maria, nipoti del I bar. di Cutomino Soprano sono sanzionati per essersi iscritti alla Mastra Nobile senza titoli validi, Felice capeggia il "Ceto Civile" contro il malgoverno degli aristocratici. 1763 Vincenzo è giurato e Antonino Genova-Parisi III bar. di Cutomino Soprano è giurato e nel 1777 è tra i primi 5 Senatori Urbani dopo il passaggio della Città da Corte Giuratoria a Senato, 1778 risulta tra i possidenti di Torre di Pietro, Casale, Polleri, Colla, Aliano e Cappuccini Vecchi, nel 1785 è Sindaco della Città, nel 1787 è Senatore. Sempre ad Antonino Genova-Parisi nel 1789 gli vengono confiscati tutti i beni per aver malgestito l'amministrazione comunale insieme ad altri quattro Senatori. Per evitare la carcerazione si rifugiano nei conventi cittadini, e pervengono a una transazione col vicerè che li rilascia dietro pagamento di 250 onze a testa. Nel 1794 lo ritroviamo Patrizio Urbano. Nel 1772 i Genova hanno già venduto il feudo di Cutomino Soprano. 1785 risulta Senatore anche un Francesco e nel 1806 Gaetano è tra i componenti del Senato che accolgono a Piazza re Ferdinando IV di Borbone III di Sicilia, nel 1820 è Capitano d'Armi e nel 1839 e tra i nominativi proposti a Consigliere Provinciale. 1798 Giovanni Battista Genova-Arona (o Aronna) è Senatore Urbano. A Piazza esiste una via Genova che ricorda questa famiglia, è la parallela alla via Umberto; inoltre il palazzo in via Vittorio Emanuele II n.19, costruito nel 1650 dal duca Desiderio Sanfilippo, successivamente prenderà anche il nome della famiglia Genova di Cutomino Soprano (attualmente sul portone c'è lo stemma dell'ultima famiglia proprietaria del palazzo: Jaci di Magnini e Feudonuovo).  

A cavagnèdda

A cavagnèdda

Due nostri visitatori molto attenti mi hanno fatto notare che quella mostrata ieri, come quella nella foto di oggi in alto, non è a fascèdda (cestino più grande foto sotto) bensì a cavagnèdda (cestino più piccolo). Partendo sempre dal principio che c'è sempre da imparare, mi sono premurato a corregere l'errore. Infatti, a fascèdda  di forma cilindrica di giunco/vimini intrecciati può contenere anche 500 gr. di ricotta, mentre a cavagnèdda di strisce di canna, molto di meno, solo una porzione, una lingua di ricotta con le scanalature delle canne impresse sulla superfice.

 

A fascèdda
 

sabato 20 aprile 2013

A fascèdda


Per chi frequenta oggi i supermercati o i moderni negozi di generi alimentari, l'oggetto nella foto può sembrare tutto tranne che un contenitore di ricotta o meglio un "cestino di ricotta" da noi chiamato "a fascèdda". Si chiama così perché è formata da tante strisce di canne legate o 'nfasciàte e serviva al trasporto della ricotta da parte du r'cuttèr che poi vendeva nelle nostre strade, dopo averla personalmente lavorata e raccolta. Lui gridava u r'cuttèeee ! e le casalinghe si affacciavano davanti i catöi, o scendevano na stràta, porgendogli il piatto per farsene dare una o due, non di più perché abusarne "poteva fare male alla salute" ! Quando invece erano gli uomini ad acquistarla durante la pausa nella loro attività lavorativa, il recipiente dove contenerla era il più delle volte improvvisato. Infatti, mio padre mi ha raccontato che quando passava u r'cuttèr dalla via Roma, dove lui lavorava nella falegnameria di mio nonno Tatano alla fine degli anni '30, spesso il vassoio che accoglieva a r'cuttedda vellutata, era un foglio di compensato, ovviamente "spolverato" ben bene (alla faccia dell'igiene) ed era uno spettacolo vederla depositare con magistrale delicatezza... ah che bontà !      

Ospedale di Piazza/4^ Sede - 5° Nome

Chiesa di S. Francesco, a sx chiesa S. Giovanni di Dio ex S. Tommaso Apostolo
Ex chiesa di S. Giovanni di Dio già di S. Tommaso Apostolo

4^ Sede - 5° Nome

Nel 1690, cinquantadue anni dopo il loro arrivo, i Fatebenefratelli cambiano sia il nome all'Ospedale di S. Tommaso Apostolo e sia il nome alla chiesa annessa in "San Giovanni di Dio". Questa sostituzione avviene in onore del fondatore dell'Ordine che da Beato è stato fatto Santo da papa Alessandro VIII proprio quest'anno e che dal 1680 è già stato proclamato, col permesso del Magistrato Urbano, V Compatrono della Città. Nell'occasione si dà inizio alla consuetudine che gli scolari della città nel giorno dell'otto marzo, festa del Santo vissuto dal 1495 all'8 marzo 1550, portino dei doni agli infermi dell'ospedale. I frati, a Platia chiamati anche Benefratelli e che gestiscono il Monte di Pietà, si obbligano alla cura degli esposti alla ruota (trovatelli) e alla cura delle donne bisognose, per i quali ricevono dai Giurati della Città 100 onze annue (ca. 18.000 Euro di oggi). Essi devono provvedere al salario del medico, del chirurgo, della lavandaia, del barbiere, del notaro e dell'aromataio (lo speziale che prepara le medicine). San Giovanni di Dio nel XIX secolo sarà dichiarato patrono degli Ospedali da papa Leone XIII (1878-1903).

venerdì 19 aprile 2013

Soluz. Aguzzate la vista n. 19

Monumento a Umberto I re d'Italia
Anni '20
La scritta che dovevate individuare è quella in bronzo posta sul monumento a Umberto I re d'Italia oggi davanti alla Commenda di S. Giovanni Battista. Guardando l'angolo in basso a dx, nell'altra foto, si scorge appena parte del monumento che ci ricorda così il suo sito originario nello spiazzo antistante dove poi sorgerà il Cinema Ariston. La villetta dedicata al Re ucciso a Monza da un anarchico nel 1900, era intesa dai nostri avi all'inizio del secolo scorso come "a villa e badagghi" ovvero 'la villa degli sbadigli', luogo dove si poteva andava a oziare, precorrendo il nostro "general cascino" poco più in là. La soluzione è stata indovinata da Dario al quale vanno le congratulazioni di tutta la redazione e il premio di un caffé che gli verrà consegnato al più "caldo" possibile. 

5° Santo Compatrono

S. Giovanni di Dio

Stemma dell'Ordine Fatebenefratelli

5° Santo Compatrono di Piazza: San Giovanni di Dio

Nel 1680 l'Ordine dei Fatebenefratelli, che dal 1648 cura la gestione dell'Ospedale cittadino, ottiene dal Magistrato Urbano che il Beato Giovanni di Dio, fondatore dell'Ordine, sia proclamato Santo Compatrono della Città. In effetti Giovanni di Dio è stato beatificato nel 1630 e sarà canonizzato Santo da papa Alessandro VIII tra 10 anni, nel 1690. Giovanni di Dio, al secolo Juan Ciudad, era nato in Portogallo a Montemor-o-Novo (Montemaggiore Nuovo) nel 1495 ed era morto in Spagna, a Granada, l'8 marzo 1550. Dopo aver partecipato ad alcune battaglie come soldato di Carlo V, vagò per mezza Europa sino a quando si stabilì a Granada a vendere libri. In seguito a una grande crisi di fede distrusse la libreria e si mise a vagare per le strade rivolgendo ai passanti la frase che divenne l'emblema della sua vita "Fate del bene fratelli, a voi stessi". L'Ordine dei Fatebenefratelli nato nella prima metà del XVI secolo, divenne una comunità vera e propria nel 1572 con l'assunzione della regola di Sant'Agostino, ma fu riconosciuto nel 1586. Emblema dell'Ordine è la melagrana, simbolo della città di Granada, sormontato da una croce, scelto dal Santo dopo che egli s'imbatte in un bimbo che, mostrandogli una melagrana con una croce nel mezzo, gli dice: "Granada sarà la tua croce".      

martedì 16 aprile 2013

5^ Veduta della Città

Veduta della Città da Est antecedente il 1628
Questo è il secondo disegno trovato tra gli scritti del canonico Filippo Piazza (1884-1959) che ripropone un'altra veduta della nostra Città nuovamente da Est, cioè dall'alto del quartiere Casalotto. Non si conosce l'autore ma il periodo si riferisce a prima del 1628 perché propone ancora la vecchia Chiesa Madre con le absidi che verranno demolite tra il 1628 e l'anno successivo e, nel contempo, verrà realizzato il corpo del presbiterio. Il panorama è lo stesso delle prime tre vedute di cui ho già parlato. Al centro la grande porta di S. Giovanni Battista con accanto la chiesa di S. Stefano fuori le mura. Sempre al centro la grande strada, oggi via Garibaldi, che porta sino in piazza Maggiore o, com'era chiamata dal 1569, foro Pescara, in onore della visita del viceré di Sicilia Ferdinando de Avalos marchese di Pescara. A sx della grande strada lo spiazzo del piano del Patrisanto (Teatini), poi il Castello Aragonese, a dx in senso orario la Chiesa Madre in trasformazione, col campanile disegnato dietro la chiesa e senza la cupola. Poi la chiesa col convento di S. Francesco, scendendo a dx la porta Castellina con la torre accanto e, per finire, la Commenda di S. Giovanni Battista col Campanile, oggi scomparso.

lunedì 15 aprile 2013

Aguzzate la vista n. 19

 

Dove si trova questa scritta ?

L'orologio degli Angeli

 

Nella mia recente visita al Museo Diocesano per la mostra "Videro e credettero" ho trovato, messe ben in evidenza, le campane dell'orologio meccanico della chiesa degli Angeli Custodi. La campana di dx riporta l'anno 1668, quella di sx il 1721. La costruzione della chiesa iniziò nel 1660 e dalla lapide posta sul portone principale, apprendiamo che il completamento della fondazione, voluta dai fratelli Francesco e Gaspare Seggio, avvenne nel 1678. Pertanto le campane che segnavano il tempo ai nostri avi abitanti in quella zona centrale dell'antico quartiere, sono di quel periodo, proprio di 350 anni fa. Chissà quanti rintocchi ?!

1800 - Mezzi trasporto turisti e non

Il mezzo di trasporto più comune anche nell'Ottocento: la lettiga
Anche nell'Ottocento il mezzo di trasporto più comune è la lettiga, eccovi le testimonianze di un inglese e di un francese che viaggiarono nella nostra Sicilia a metà dell'Ottocento.
Per l'inglese H.C. Barlow (1806-1876) che effettua un viaggio in Sicilia nel 1843: "L'altro modo di viaggiare, meno faticoso del primo, ma non molto piacevole comunque, è la lettiga. La lettiga è una cassa di legno a forma del corpo di una carrozza e capace di contenere due persone poste l'una di fronte all'altra. Questa è sostenuta da due lunghe sbarre e portata da due muli, uno davanti e l'altro dietro; vi sono due conducenti anche essi che montano muli, uno dei quali guida la processione mentre l'altro con una lunga bacchetta a forma di lancia sta di fianco spronando ogni tanto le bestie... Visitare la Sicilia non è cosa semplice come molti possono immaginare. E' facile trasferirsi da Napoli a Messina e a Palermo o, con il battello per Malta, raggiungere Siracusa, ma visitare l'isola è un'altra cosa. Attraversare la Sicilia richiede molta forza, più pazienza e ancora più indifferenza al benessere personale. Le locande sono poche e distanziate fra di loro... Nessuno che ha bisogno di comodità personali si affidi mai, in Sicilia, a una locanda." 

Il francese F. Bourquelot (1815-1868) nell'Isola nel 1850 riporta: "Ad onta della mancanza o del pessimo stato delle strade, delle difficoltà di trovare da mangiare e di farsi accompagnare da gente mercenaria, preferii viaggiare per terra... Luigi Rantesi s'obbligò ad accompagnarmi nel mio viaggio e a mantenere, per tutto il tempo che sarebbe durato, tre mule: una per me, una per lui, una pei bagagli e pel mulattiere incaricato degli animali... La nostra piccola banda si ripose in viaggio accresciuta, oltre ai precedenti mezzi di trasporto, di mule fresche e di una lettiga, cioè di un veicolo senza ruote, condotta da due mule, una dinanzi e una di dietro, e capace di contenere due viaggiatori uno in faccia all'altro. Un mulattiere a piedi armato d'un lungo bastone dirige le bestie e le eccita con le grida. Questa strana vettura, di cui si trovano disegni nei manoscritti del XIV secolo, avanza, come è facile immaginare, assai lentamente; per giunta, nelle ineguaglianze del terreno, si piega pel lungo, e i sonagli che pendono dal collo delle bestie, danno un tintinnio, un rumore indiavolato." Gaetano Masuzzo/cronarmerina

domenica 14 aprile 2013

Progetto per la SP4 n. 3

Anche se il progetto ormai è stato scelto (quello del "BUCO") stanno arrivando in redazione altri progetti per la nostra SP4, da alcuni esperti ritenuti rivoluzionari ma in parte migliorativi. Eccovi quello che eliminerebbe definitivamente le curve, ma solo quelle orizzontali, non le verticali. Qualche tecnico internazionale interpellato ci ha assicurato che si otterrebbe lo stesso risultato di quello bocciato: vomito a gogò! Mi sa tanto che non verrà preso in considerazione!

(Però ricorda la pubblicità della carta igienica, forse per questo ritenuto migliorativo... contro la stitichezza!)

Stemma poco visto

 

Proprio sopra la piccola galleria di via Monte Prestami, molto in alto, c'è questo grande stemma. Secondo me è tra i più belli, i meglio conservati, ma, purtroppo, poco conosciuti di Piazza. E' quello della famiglia Caldarera-Trigona di via Vittorio Emanuele. Se passate di là alzate gli occhi, perché se lo vedessimo in un'altra città diremmo: 

WOW BEAUTIFUL !

Gaetano Masuzzo/cronarmerina

Famiglia Gaffore

Partito di rosso e d'argento, al capo d'oro carico di un'aquila di nero coronata.


Il primo nobile della famiglia di antica origine lombarda Gaffore o (de) Gafforo, Gaffori, Gaffuri, è Pietro senior de Gafforo nel 1482 Capitano di Plaza. 1520 Giovanni è iscritto alla Mastra Nobile e sposa nel 1497 Elisabetta d'Aidone baronessa di Montagna di Marzo. 1542 Cesare Gaffuri è Giurato, 1545 Pietro junior de Gafforo barone del Toscano, d'Imbaccari Inferiore e Giurato, 1580 Francesco Gaffori barone del Toscano e Fargiuni mette a disposizione parte dei suoi beni per l'erezione di un Collegio di Gesuiti, 1592 Ettore è barone d'Imbaccari Inferiore. 1610 Lavinia Gaffurri dona 120 scudi alla "Casa" dei Teatini, 1621 Francesco è barone di Gatta, Andrea è barone di Ganigazzeni e del Toscano, 1624 i Gaffori e i Giurati di Piazza protestano contro Giacinto Paternò che vuole trasferire il suo borgo dal feudo di Baldo in quello d'Imbaccari Sottano di loro proprietà; vendita e trasferimento avvengono nel 1630 (sito della futura Mirabella Imbaccari). 1625 ca. Olimpia dei baroni di Grotte sposa Desiderio Sanfilippo dal 1648 duca di Grotte (feudo nei pressi di Agrigento). 1630 Antonio è barone di Grotte., 1637 Luigi è Giurato.

sabato 13 aprile 2013

Lavorano per noi

In questi giorni si vedono tanti cartelli come questo. Io però mi preoccupo un po'. Non è che poi ci rinfacciano di essersi stancati toppo? Carù andateci piano con tutto questo sudore, vi (ci) può fare male!


Progetto poi bocciato per la SP4

Sempre dalla stessa fonte top secret si viene a sapere che questo era invece il primo progetto di un pool di ingegneri ennesi, poi chissà perché messo da parte, per risolvere il problema della nostra SP4. Come potete vedere era molto "articolato", però avrebbe richiamato turisti da tutto il mondo sia per il panorama, sia per lo studio delle tecniche di costruzione che per quello dei cervelli dei progettisti. Osservandolo bene, richiama un po' i disegni che riproducono i gironi danteschi della Divina Commedia e l'attuale deviazione che si fa a Grottacalda. Ora sappiamo perché si chiama grotta calda, come quelle dell'inferno dantesco. A sx in basso si vede Valguarnera, in alto a dx, dietro la curva, immaginatevi la nostra Piazza. Se guardate bene in basso a dx c'era già chi l'aveva collaudato con una Ford Ka blu (forse la mia?), ma alla fine dell'esperimento non se ne è saputo più niente, si sono perse le tracce. C'è chi giura di averlo visto vomitare per un'intera settimana in fondo alla valle di lacrime, del Dittaino !

4° Santo Compatrono

Il simbolo del granchio sull'altare nella chiesa di Sant'Ignazio
S. Francesco Saverio

 4° Compatrono di Piazza: San Francesco Saverio

San Francesco Saverio naque nel 1506 in Spagna, a Javier (Navarra), in una famiglia nobile. Fu compagno di studi, nel collegio di S. Barbara (alla Sorbona) a Parigi, di Ignazio di Loyola e Pierre Favre coi quali fece i primi voti (povertà, castità e pellegrinaggio in Terrasanta) da cui sarebbe poi nata la Compagnia di Gesù. Conseguì il grado di "Maestro in arti" per poi iscriversi alla facoltà di Teologia conseguendo il dottorato. Nel 1534 decise di pellegrinare in Terrasanta, invece nel 1540 partì per l'India, ma dovette fermarsi in Mozambico perché gravemente ammalato. Appena guarito raggiunse Goa, capitale civile e religiosa dell'Impero Portoghese in India. Lì fondò missioni e si trasferì a Malacca (Malaysia) e nelle Molucche (Indonesia). Nel 1549 giunse nel Giappone meridionale continuando l'apostolato. Nel 1551 ritornò dal Giappone lasciandovi circa 1.000 fedeli, l'anno successivo a Goa diventò responsabile della nuova provincia dell'Ordine voluta da Sant'Ignazio. Dopo pochi mesi ripartì per Malacca dove si ammalò gravemente morendo nel 1552, all'età di 46 anni. Il suo corpo riposa nella cattedrale di Goa, e il suo braccio destro si trova a Roma nella chiesa del Gesù. Fu un taumaturgo in vita e dopo morto. Moltissimi i miracoli ottenuti per sua intecessione da Dio. Anche la città di Piazza sperimentò questi miracoli nella prima parte del '600 e i nostri antenati lo proclamarono patrono e protettore, onorandolo con un altare a Lui dedicato nella chiesa di S. Ignazio (l'ultimo a dx accanto alla sagrestia) dove si può notare la figura del "granchio" posta sull'architrave (foto in alto). A proposito del "granchio", un giorno, durante una tempesta, S. Francesco Saverio perse il crocifisso che aveva appeso al collo. Qualche giorno dopo, mentre stava seduto su una spiaggia giapponese, dal mare emerse un granchio con il crocifisso perduto tra le chele che glielo restituì. A grande richiesta di sovrani e popolazione venne beatificato nel 1619 e innalzato agli onori degli altari (Santo) nel 1622, inoltre fu dichiarato "patrono delle Missioni" nel 1927. Per quanto riguarda la scelta del nome del nuovo papa Francesco, qualcuno aveva pensato che fosse stata fatta per questo Santo dell'Ordine dei Gesuiti. Gaetano Masuzzo/cronarmerina

venerdì 12 aprile 2013

Soluz. Aguzzate la vista n. 18

Cattedrale entrata Sud

Eccovi il posto dove è sistemato quel blocco di pietra con iscrizioni riutilizzato. Chissà dov'era messo e a che cosa servisse. Forse faceva parte del portico che prima c'era in questo lato della Chiesa Madre, le cui colonne furono impiegate in seguito nel cortile interno del palazzo Trigona di fronte. Al portico si accedeva attraverso la cappella dedicata a S. Antonio. Complimenti al Comitato Nobile Quartiere Monte che ancora una volta dimostra di conoscere il proprio terrirorio e... unna dorm u lepru

Ah, sommo padre Dante !


Il busto di Dante dal Magistrale alla Pinacoteca Comunale

Prendendo spunto dalla trasmissione di ieri di Corrado Augias su rai3 (Le Storie-Diario Italiano) mi sono ricordato di quanto fossero attuali le problematiche che proponeva Dante. E noi del Magistrale che sottovalutavamo il Sommo Poeta, facendo tanto disperare l'esigente Prof. Carlo Bondì. Già Dante Alighieri (1265-1321) nella sua famosa opera la Divina Commedia, anticipando di quattro secoli Giambattista Vico (1668-1744) nella "teoria dei corsi e ricorsi storici", così parlava dell'Italia:


Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello !

(Purgatorio, Canto VI, versetti 76-78)