LA CROCE GRECA MAI VISTA SUL MURO DELLA CHIESA DEI TEATINI

sabato 26 gennaio 2013

Famiglia Branciforti

D'azzurro al leone coronato d'oro sostenente con le gambe del davanti uno stendardo rosso, astato di nero, caricato da tre gigli d'oro, svolazzante a sinistra. Nella punta a destra due zampe mozzate d'oro poste a croce di S.Andrea


L’antichissima famiglia Branciforte/i venne in Italia verso l’anno 800 al seguito di Carlo Magno da cui ricevette la città di Piacenza, dove il Casato si distinse per onore e grandezza. Nel 790 Obizzo, alfiere generale delle milizie carolinge, subisce l’amputazione delle mani a difesa della bandiera, per la quale gli vale l’appellativo di De Branchiis Fortibus, da allora chiamato Obizzo Branciforti, ricambiato con Terre e Castelli nel Piacentino. Nel 1300 da Piacenza la famiglia arriva a Platie e Stefano è il I barone di Mazzarino e Gallizzi nonché maestro razionale del Regno. Subito dopo Raffaello è il II barone di Mazzarino e castellano di Piazza. Nel 1398 Nicolò I conte di Garsiliato IV barone di Mazzarino e capitano di Plaza, diventa barone del Casalotto e di altri 9 feudi. Gli eredi, in seguito ad acquisti e a matrimoni, diventano titolari anche dei feudi: 1415 S. Cono e Gibiliusi, 1540 ca. Tavi (poi Leonforte), Melilli e Cammarata, 1550 Castiglione, 1556 Fessima e Pietratagliata, 1591 Barrafranca, Militello, Terra di Occhiolà (poi Grammichele), 1600 ca. Butera, Pietraperzia, 1610 Tavi-Leonforte (con Nicolò Placido I Branciforti fondatore), 1676 Terra di Occhiolà (diventa Grammichele con Carlo Maria Branciforti fondatore). Nel 1598 Francesco Branciforti permuta il borgo Casalotto con i giurati di Platea, in cambio dei diritti sulle acque del fiume Gela per i suoi mulini posti sotto Mazzarino. Nel 1638 Ottavio Branciforti è il vescovo della Diocesi di Catania, della quale Platea fa parte, e visita la Città. Questa famiglia, insieme a poche altre (4 o 5) residenti a Piazza, è fondamentale per l'evolversi della vita civile e militare di tutta la regione, a iniziare dai secc. XV e XVI.

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