VISITA PER LE VIE DI PIAZZA ARMERINA DEL 7 APRILE 2018 GUIDATA DAL PROF. GAETANO MASUZZO

giovedì 19 aprile 2018

Chi era Maltisotto

Targa stradale nel quartiere Monte

Oggi vi spiego a chi si riferisce il cognome nel cartello di un cortile del quartiere Monte, proprio dietro la I Matrice della Città, San Martino di Tours. Proseguendo oltre c'è la breve strada intitolata alla chiesa di Gesù e Maria, una volta fuori la Porta di San Martino, nel dirupo verso glio orti. Nel 1866 i frati Fatebenefratelli, che sin dal 1690 avevavo gestito l'Ospedale intitolato al loro Santo fondatore, San Giovanni di Dio, vanno via e viene nominato rettore, sia del loro ospedale che di quello accanto voluto nel 1771 da Michele Chiello, il notaio Remigio Roccella. Il chierico Michele Chiello aveva fondato un nuovo ospedale, limitrofo all'altro ma con una amministrazione distinta e separata, perché da quasi mezzo secolo l'antico e unico ospedale che c'era in città registrava una cattiva amministrazione. Il Roccella una volta rettore dei due ospedali, con l'aiuto dei beni della baronessa Carmela d’Acquino vedova di Vespasiano Trigona Calafato, delle donazioni del sacerdote Pasquale Maltisotto, della signora Adelaide La Vaccara e del sacerdote Vincenzo Starrabba (1730-1803) dei principi di Giardinelli e marchese di Rudinì, risana il bilancio amministrativo del primo e aquisisce, nel frattempo, l’attiguo Convento di San Francesco facendolo diventare la nuova sede dei due Ospedali cittadini, il "San Giovanni di Dio" e il "Chiello", riuniti sotto l'unico nome di "Ospedale Michele Chiello". Pertanto, sia la chiesa che l’Ospedale "San Giovanni di Dio", limitrofi all'altro, rimangono abbandonati. Sessant'anni dopo, nel 1931, i resti della chiesa crollata nel 1876 verranno abbattuti definitivamente, per consentire la costruzione di un'altra ala dell'ospedale "Chiello". La nuova ala all'inizio verrà adibita a sede temporanea della Regia Scuola Industriale Arti e Mestieri, intitolata nel 1927 al Deputato al Parlamento Calogero Cascino (1864-1932). Dopo qualche mese la Regia Scuola si trasferirà definitivamente nella nuova sede inaugurata nel 1928, lungo il viale ancora senza nome che porta al nuovo quartiere "Cannizzaro". Ecco chi si nasconde dietro quel cognome un po' particolare che ai più non dice nulla, un grande benefattore che aiutò il nostro nosocomio poco dopo l'Unità d'Italia.
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domenica 15 aprile 2018

Passione di decifrare

La targa STADALE ALTACURA all'altezza del numero civico 18
di via Mons. Sturzo/salita Alfonso Liurno
La targa SOTTO STRADALE ALTACURA/VIA MONSIGNOR STURZO,
al n. 38 di via Mons. Sturzo/via Napoli
C'è chi decifra un messaggio, un enigma, un verso, una formula, una stele, una grafia, un epigrafe, un paesaggio, un discorso politico, c'è chi invece decifra anche scritte stradali sovrapposte negli anni, decenni, secoli. Io sono uno di quest'ultimi. Nelle foto ci sono due targhe che indicano la stessa via ma in periodi diversi. Siamo sulla lunga strada che divide la zona "storica", dentro le mura di una volta, della nostra Città, da quella più "recente", considerata un borgo a se stante, sino all'Ottocento. È l'odierna via intitolata al VII Vescovo della nostra Diocesi, Mons. Mario Sturzo (1861-1941), vescovo dal 1903 sino alla sua morte avvenuta nel novembre del 1941. La via prima di essere intitolata al Vescovo, era indicata col nome con cui veniva chiamata tutta quella valle sottostante il Piano Patrisanto (poi dei Teatini) a ovest, e la chiesa/convento del Carmine a est, ovvero ALTACURA. Questa valle divideva la città vera e propria dal borgo feudale Casalotto che alla fine del Quattrocento passò ai Branciforti dai piazzesi Petrella¹, in quanto questi, assieme ai Damiata si erano ribellati agli Aragonesi. Il borgo rimase di proprietà dei Branciforti, sino a quando nel Seicento don Francesco Branciforti conte di Mazzarino rinunciò al Casalotto, in cambio di alcuni diritti sulle acque del fiume Gela per i propri mulini. La zona aveva assunto questa denominazione perché era percorso da un torrente (poi inteso anche Tacura, Taccura, Tachura) che raccoglieva le acque da sorgenti (intese come Gorgo Nero, Fonte di Vico, Pozzo Gelonico) che si trovavano sul piano del Patrisanto (oggi piazza Martiri d'Ungheria). Quest'acqua era prevalentemente solfurea e calda e, una volta arrivata a fondo valle, veniva usata per bagni termali (il Borgo Altacura è menzionato anche da' Bagni Vicini) semplici e rudimentali, e la cura delle malattie della pelle, pertanto era ALTAmenteCURAtiva². Il nome di STRADALE ALTACURA, nella foto in alto, indicava tutto il tratto che sia sino agli ultimi decenni dell'Ottocento era in fortissima pendenza perché assecondava l'originale conformazione del ripido pendio della valle, sia dopo, quando fu rialzato il piano stradale per agevolare i nuovi mezzi di locomozione. Per questo furono lasciate delle strette vie laterali che servivano le abitazioni originarie ormai rimaste sotto il livello stradale. Per indicare una di queste vie laterali, quella che scendendo a sx consente anche il passaggio di automezzi, si usò il termine nella foto in basso SOTTO STRADALE ALTACURA che, successivamente, fu coperto da quello più recente indicante tutto il tratto, VIA MONSIGNOR STURZO. Eccovi spiegato sia la presenza di tante passerelle, che consentono l'entrata nelle abitazioni a livello della strada rialzata, sia l'arcano delle scritte stradali nelle foto.
¹ Ancora oggi qualche anziano abitante del Casalotto chiama la ripida discesa che parte dalla chiesa di San Filippo a calàta î Pitrèddi (la discesa dei Petrella), perché in quel sito c'era l'abitazione dell'antica e nobile famiglia Petrella scesa in Sicilia assieme al Conte Ruggero.
² Io penso che la sede di questi bagni rudimentali doveva essere dove c'è l'odierno Hotel Villa Romana ex sede del Jolly Hotel, in quanto il torrente che proveniva dall'alto della collina poi si dirigeva verso il fondo valle dei Canali, senza andare al di là dell'odierno distributore di benzina, dove invece esisteva la fontana ottagonale con al centro la culòvria.

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mercoledì 28 marzo 2018

Breve storia della chiesa del SS. Crocifisso

Chiesa del SS. Crocifisso, quartiere Monte, 1720-1785

L'edificazione della chiesa del SS. Crocifisso iniziò nel 1720 per la necessità di sostituire quella dedicata a Santa Domenica, minacciata da imminente rovina perché troppo vicino al pendio (a còsta) a Sud-Ovest dell'antico centro abitato. Questa chiesa, che esisteva sin dal XVI sec. tra le odierne via Santoro e via Campagna San Martino, aveva già una Confraternita col suo stesso nome poi sostituito con quello del Crocifisso miracoloso che ospitava in una cappella al suo interno dagl'inizi del Seicento. Il Crocifisso, scolpito dal maestro Antonio Cultrera, sempre meta di pellegrinaggi, prima era ospitato sull'altare di legno a sinistra dell'ingresso principale della chiesa di San Nicola di Bari, dal 1651 intitolata alla Madonna della Catena. Nel 1675 Matteo Calascibetta barone di Malpertuso¹ e San Basilio¹ vi istituì, per testamento, un collegio di 12 canonici diretti da un prevosto, volontà poi attuata nel 1698. Successivamente il Capitolo s'ingrandì con 38 Prebendati, 18 Canonici e 17 Sacerdoti. L'abbattimento della chiesa in rovina e la costruzione della nuova su un pianoro più a monte, furono eseguiti, tra il 1720 e il 1785, grazie alle volontà di Paolo Trigona Marchiafava barone di Casalotto². Nel 1777 i componenti della Collegiata della nuova chiesa del SS. Crocifisso raggiunsero il numero di 39 tra Dignità, Canonici e secondari. Nel 1813, nella domenica successiva alla Pasqua, un incendio distrusse il principale altare e il Crocifisso, ma la devozione di tutto il popolo in 6 mesi ne riparò i danni, come ci ricorda la lapide in chiesa. Dopo l'erezione della Diocesi di Piazza nel 1817, nella chiesa del Crocifisso rimase la Collegiata, prima della nuova Diocesi. Per questo motivo e per il fervore cristiano del popolo, sempre vivo durante la Quaresima e la Settimana Santa, il vescovo Mons. Sturzo (1861-1941) la eresse nel 1934 a Parrocchia che, allora, comprendeva ca. 3.000 anime.
¹ Oltre a questi feudi, nei pressi di Nicosia (EN), il barone Matteo possedeva quelli di Sabuci, in territorio di Lentini e Limuni, in territorio di Francofonte.
² In realtà il nome completo del nobile-benefattore era Pietro Paolo barone di Casalotto e Scarante ed era il III figlio di Francesco Trigona Miccichè barone di Spedalotto e Cugno sposato con Rosalia (Maria?) Marchiafava, baronessa di Scaletta e Casalotto, originaria di Calascibetta.
(continua)
 Gaetano Masuzzo/cronarmerina.it            

domenica 11 marzo 2018

Stemma Paternò-Castello ad Aidone

Chiesa di San Giovanni Evangelista, Aidone
Stemma Famiglia Peternò-Castello sul portone d'ingresso della chiesa
Stemma Famiglia Paternò-Castello, Palazzo Biscari, Mirabella Imbaccari

Quando ho parlato della chiesa di San Giovanni Evangelista di Aidone, risalente ai primi decenni del XIII secolo, avevo descritto, nel limite del possibile, gli stemmi che esistono sul portone d'ingresso alla chiesa. Anche se ridotti male perché logorati dal tempo, ero riuscito a individuarne due dei quattro. Uno dei due è quello posto sulla chiave di volta del portale, ovvero la croce bianca a otto punte su campo rosso dei Cavalieri di San Giovanni Battista di Gerusalemme, adottato da quando i Cavalieri si stabilirono sull'isola di Malta nel 1530; l'altro è il primo a sx, molto somigliante a quello della famiglia Crescimanno di Piazza. Quelli che ritenevo indecifrabili erano il primo da dx, inquartato: nel 1° e nel 4° di rosso alla croce d'argento, nel 2° e nel 3° d'azzurro all'aquila spiegata d'oro, probabile stemma di un Gran Maestro dell'Ordine gerosolimitano; e quello al centro, che guardandolo non attentamente, mi aveva suggerito di non azzardare supposizioni. Invece, l'altro giorno, durante l'ennesima passeggiata istruttiva per le strade della cittadina che ha tante peculiarità in comune con Piazza, mi sono dovuto ricredere. A quell'ora il sole battendo su di esso mi ha "illuminato", mostrandomi un chiaro esempio di stemma della famiglia Paternò Castello, una delle più nobili e antiche di Sicilia. Quella dei Paternò, dicendente dalla Casa Sovrana dei Conti di Barcellona e Provenza e da quella Sovrana degli Altavilla, aveva come capostipite Roberto d'Embrun (1050-1085 ca.) pronipote di Toda di Provenza contessa di Embrun e di Bernardo Tagliaferro conte di Besalù. Egli, sceso in Sicilia intorno al 1070 al seguito del Gran Conte Ruggero, si distinse per tale coraggio nella conquista della cittadina di Paternò che ne ottenne la signoria feudale e il nome. Roberto fu inoltre insignito dal Gran Conte dei feudi di Aylbacar e di Buccheri assumendo un'importanza tale che il suo stemma "Barcellona", di rosso a quattro pali d'oro attraversato da una banda d'azzurro divenuto anche quello dei Paternò (quello nella metà di sx delle foto in mezzo e in basso), fu posto accanto a quello del Gran Conte Ruggero e a quello della Città di Catania sull'architrave del Duomo di Catania. Nel XVII secolo la linea dei Paternò diventa Paternò-Castello per il matrimonio nel 1553 tra Don Angelo Francesco Paternò IV barone di Aragona etc. e Francesca Castello dei baroni di Biscari (ex casale saraceno Odogrillo, oggi Acate - Rg, in possesso di Gugliemo Raimondo de Castellis poi solo Castellis e infine Castello dal 1478). Infatti, è il primogenito di Don Angelo Francesco e di Francesca Castello, Don Orazio Paternò (+1614) ad aggiungere, per la prima volta al suo, il cognome della madre, Castello, divenendo Orazio Paternò Castello V barone di Aragona etc. e I barone di Biscari. Nel 1633 il figlio di Orazio, Agatino, diventa il I principe di Biscari col diritto di mero e misto imperio. Lo stemma dei Castello era d'azzurro al castello di tre torri d'oro, come quello nella metà di dx delle foto in mezzo e in basso. Ora, in quella che considero l'enciclopedia ecclesiastica piazzese, Storia Ecclesiastica della città di Piazza Armerina, 1988, del grande storico gen.le Litterio Villari, tra Le ultime notizie sulla Commenda di San Giovanni Battista di Piazza a pp. 178 e 179, troviamo come commendatori siciliani: << Seguì al 1740 frà Michele Paternò dei baroni di Raddusa e di Destra. Questi, nato a Catania nel 1706 da Vincenzo Paternò-Trigona e da Anna Bonajuto-Paternò, aveva la nonna piazzese - Silvia Trigona Marchiafava di Spitalotto - e quindi contava a Piazza molti parenti tra i Trigona e gli Starrabba. Ammesso nell'Ordine quale cavaliere novizio... giovanissimo ottenne la recevittoria di Augusta e quindi la commenda di Piazza. Qui giunto... curò l'incisione di lapidi-ricordo, su una delle quali è scritta la data (a. 1764)... Ultimo commendatore fu frà Francesco Paternò-Castello, ricevuto nella religione nel 1749. Occupò la carica di Ammiraglio e di Piliere d'Italia dal 2 dic. 1779 al 28 nov. 1780, oltreché godette le rendite delle commende di S. Maria del Tempio di Caltagirone, di S. Giovanni di Barletta e del S. Sepolcro di Brindisi >>. Alla luce di questa premessa, che dimostra lo stetto rapporto tra le Commende dei due centri abitati e la famiglia Paternò, mi piace pensare che, tra le tante cose che legano queste due cittadine, si possa aggiungere anche quest'altro tassello araldico-gerosolimitano legato a un componente dell'illustre famiglia Paternò-Castello, Cavaliere e Commendatore titolare alla fine del Settecento sia della Commenda di San Giovanni Battista di Piazza sia di quella di San Giovanni Evangelista di Aidone.

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domenica 25 febbraio 2018

Il notaio Remigio Roccella/2

Vocabolario della Lingua Parlata in Piazza Armerina, 1875

Il notaio Remigio ROCCELLA parte 2^

Nel 1872 assume la gratuita direzione del Monte Prestami e per la saggezza delle disposizioni e la cortesia si attira l'ammirazione dei concittadini e degli indigenti. Più volte consigliere comunale e provinciale, nel 1876 sino al 1879 occupa la carica di Sindaco e il 5 maggio del 1876, durante la Festa nazionale per l’Unità d’Italia e lo Statuto del Regno1, inaugura al pubblico la Biblioteca Comunale al piano terra dell’ex Collegio dei Gesuiti2 e nel 1878 l'Asilo Infantile, sotto la presidenza di suo fratello Alceste. Dopo aver perso nel fiore degli anni la cugina consorte Enrichetta Cammarata3, nel 1873 perde anche il figlio primogenito Rosario sedicenne che, nel liceo di Catania, aveva dato prova di rara intelligenza e di vasto sapere e, come se non bastasse, nel 1877 perde anche la figlia quindicenne. Queste disavventure familiari non gli impediscono di pubblicare:
-nel 1872 le Poesie in lingua vernacola Piazzese, Tip. Rosario Orlando, PIAZZA ARMERINA4 che furono in parte riprodotte da Lionardo Vigo e commentati nella raccolta dei canti popolari siciliani.
-nel 1875 coi tipi del caltagironese A. Giustiniani pubblica un trattato per uso del popolo L'esempio ed i suoi effetti4 che dal professore Laguzzi d'Alessandria fu giudicato come una splendida vittoria sull'ozio, sull'inerzia, sull'infingardaggine e sul delitto. Questo trattato, plaudito dall’esposizione palermitana del 1875, dai giornali letterari e da varie accademie, è fondato sull'assioma del redentore Exemplum dedi vobis.
-nello stesso anno (1875), con la tipografia del caltagironese B. Mantelli, stampa il Vocabolario della lingua parlata in Piazza Armerina (nella foto)5 dizionario sul gergo piazzese con la corrispondente grammatica e ortografia e una dotta prefazione confermante la storia di Piazza per merito degli studi filologici. Esso fu il primo a far osservare la somiglianza di questo gergo col dialetto lombardo e col piemontese e a raccogliere tutti i vocaboli della lingua parlata dal popolo piazzese dandone la pronunzia e il significato.
-nel 1877 con i tipi dello stesso B. Mantelli di Caltagirone e con quelli di Di Bartolomeo, sempre di Caltagirone, la raccolta Poesie e prose nella lingua parlata Piazzese4 in vernacolo (è scritto "vernaccolo") piazzese che la spontaneità del verso, la viva immaginazione e la moralità che vi campeggia gli hanno fatto meritare il soprannome del Meli piazzese. Bellissime sopra tutte sono: “Il giorno dei morti”, “L'eccellenza” e “L'orciolo”, le quali sono state tradotte in lingua italiana dai cultori italiani. Intrattiene rapporti culturali con grandi studiosi sciliani come Lionardo Vigo e Giuseppe Pitrè e dà le basi allo studio scientifico del gallo-italico.
A questo punto, la biografia che Alceste Roccella fa del fratello Remigio, si conclude con queste parole “Per tanti meriti fu decorato con la croce di cavaliere della corona d'Italia e, attendonsi da lui altri lavori, qual prodotto del suo fertile ingegno; infatti, nel 18966, pubblicava altre poesie che vennero generalmente plaudite”. Il notaio Remigio muore il 30 gennaio del 1916 nella sua abitazione di via Mazzini.

1 Si riallacciava alla precedente legge n. 1187-1851 del Regno Sardo.
2 Anche se molti volumi rimangono ancora nel fabbricato di S. Domenico per mancanza di spazio.
3 Scritto anche "Errichetta Camarata".
4 Presente in Biblioteca Comunale.
5 Presente in Biblioteca Comunale in 2 copie.
6 L’anno era il 1894, quando il Cav. Remigio Roccella pubblicò il volume di 65 pagine (non presente in Bibliot. Com.le) Nuove Poesie in vernacolo piazzese, Tip. Fratelli Bologna La Bella, PIAZZA ARMERINA. Il Vocabolario della lingua parlata in Piazza Armerina, Forni Editore, BOLOGNA (in Bibliot. Com.le) è stato ristampato in versione anastatica nel 1970.

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domenica 18 febbraio 2018

Il notaio Remigio Roccella/1

Il notaio Remigio Roccella (1829-1916)

Il notaio Remigio ROCCELLA parte 1^

Come avevo accennato nell’introduzione alla biografia dell’avv. Alceste Roccella, avendo potuto consultare tre dei suoi importantissimi volumi, in specialmodo quello dedicato agli “Uomini e Donne Illustri di Piazza”, tra le tante biografie, e precisamente 349 di Uomini Illustri e 48 di Donne Illustri, mi sono imbattuto anche in quella del fratello Remigio, notaio, sindaco, poeta e padre della nostra lingua ciaccësa. Remigio Roccella, terzogenito1 di Rosario e Vincenza Cammarata, nasce il 7 maggio 1829, nella stessa via dov’era nato il fratello Alceste, la Strada Sotto il Collegio (oggi via Vittorio Emanuele II). Dopo aver frequentato il Regio Liceo di Piazza, erede dal 1826 della soppressa Regia Accademia degli Studi, si reca nel Collegio di Musica “del Buon Pastore” di Palermo2 per seguire la sua inclinazione e perfezionarsi nel suono del violino. Accortosi che quella professione non gli avrebbe dato un buon avvenire, studia da sé le leggi amministrative e, per concorso, ottiene un posto nella segreteria comunale piazzese. L'assiduità al lavoro, l'onesta condotta ed il retto giudizio gli procacciano la stima dei superiori che l'insediano nel posto di Cancelliere Archiviario e, nelle ore libere, insegna aritmetica, lingua italiana e calligrafia. Nel frattempo, apprende l'algebra, la geometria piana e solida e la trigonometria rettilinea e così nella sua città comincia ad acquistare opinione di vasto sapere. A vent'otto anni (1857) si dedica agli studi legali e due anni più tardi (1859), nell'Università di Catania, ottiene il diploma di Licenziato in Diritto. Nel febbraio del 1860 è posto sotto stretta sorveglianza dalla polizia borbonica assieme al fratello Alceste, al suocero Domenico Cammarata e ad altri 33 piazzesi. Nel maggio dell’anno successivo (1861) risulta Segretario del Comune3. (continua)

1 Dopo il primo, Giuseppe (n. 1825), e il secondo, Alceste (n. 1827).
2 Tra il 1895 e il 1915 intitolato a “Vincenzo Bellini”.
3 Quando la Giunta Comunale, in assenza di provvedimenti statali in materia di ordinamento scolastico, dava disposizioni di continuare le attività nel nostro Liceo. Ma, alla fine dell’anno, giunsero le disposizioni del Governo Nazionale che facevano perdere a Piazza il Liceo (unico nell’intera provincia di Caltanissetta) per ottenere in cambio un Regio Ginnasio e una Regia Scuola Tecnica Inferiore. Nel 1887 si rimediò in parte all’ingiustizia dando a Piazza Armerina la Regia Scuola Normale, poi Ist. Magistrale.
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venerdì 2 febbraio 2018

Altro aidonese in un quadro in Biblioteca

Ritratto Giuseppe RANFALDI, aut. ignoto, XIX sec., Bibliot. Com.le, Piazza Armerina

Nel post di qualche settimana fa, avevo parlato della presenza nella Sala della Mostra del Libro Antico, nella Biblioteca Comunale di Piazza Armerina, del ritratto di Rosario RANFALDI, dottore in legge, lettere e filosofia, poeta e storico nato nella vicina Aidone nel 1766 e morto nel 1833. Subito dopo la pubblicazione dell’articolo, il prof. Marco Incalcaterra aveva precisato che oltre a questo quadro ce n’erano altri tre che ritraevano membri della stessa famiglia, uno lo stesso storico Rosario, un altro, accanto e della stessa dimensione, un prelato della famiglia e uno molto più grande che ritraeva Giuseppe RANFALDI (nella foto¹). Dal volume del prof. Vincenzo FIORETTO, Le Stelle fulgide di Aidone dalle origini ai tempi moderni, PARUZZO Editore, CALTANISSETTA 2010, apprendiamo a p. 91 che <<Ranfaldi Giuseppe Andrea nacque ad Aidone il 4 febbraio del 1821. Da giovane fu mandato a studiare nel seminario di San Rocco, a Palermo, dove intraprese gli studi classici con grande profitto. Di lui fu scritto: “Giuseppe Andrea Ranfaldi nacque da genitori culti ed agiati… Alla scuola a niuno (era) secondo”. A Palermo rimase molti anni e quando ritornò in Aidone era già laureato in medicina. Poco tempo dopo andò a Napoli dove esercitò, con tanta stima, la professione medica. Essendosi ammalato di epilessia e di paresi al braccio destro, ritornò in Aidone dove aiutò i diseredati e gli ammalati, con i suoi beni e con la medicina. Egli era storico, poeta satirico, letterato e filosofo, ma, quando gli Aidonesi gli portarono monete, vasetti storici, pezzi di mosaici ed altri reperti archeologici, provenienti dalla contrada chiamata Serra d’Orlando, per saperne la provenienza ed il valore, egli incominciò a studiare archeologia, leggendo quello che era stato scritto sulla numismatica e sulla storia antica sicula, greca e romana… Da questo studio venne fuori il bel volume intitolato “Ricerche storico-critiche sulle cose di Sicilia antica, vertenti alla illustrazione di una diruta città sicula”. Quest’opera fu pubblicata nell’anno 1884, a spese del Comune. Il Ranfaldi consacrò questa opera agli Aidonesi Gaetano Scovazzo, Filippo Cordova, Lorenzo Calcagno, glorie recenti. Egli scrisse anche molte memorie scientifiche per l’Accademia Gioenia di Catania, di cui era corrispondente. Ranfaldi Giuseppe Andrea morì ad Aidone, a 45 anni, il giorno 18 giugno 1866>>. Dallo scritto non appare alcuna relazione con Rosario RANFALDI, ma l’anno di nascita di Giuseppe (1821) non la esclude del tutto, anche perché si parla di “genitori culti ed agiati” che “fu mandato a studiare a Palermo… dove rimase molti anni” e Palermo fu la città “dove dimorò per molto tempo” anche Rosario Ranfaldi. Per quanto riguarda la presenza dei quadri di questa famiglia aidonese a Piazza Armerina, riporto quanto comunicato dal prof. Incalcaterra: <<In biblioteca ci sono quattro ritratti di Ranfaldi. Due sono della stessa persona di cui tu hai parlato, il terzo è per intero e ritrae Giuseppe Ranfaldi, il quarto è di un canonico Ranfaldi. Sono in biblioteca perché furono ceduti al Comune durante la sindacatura di Nigrelli da un privato che li possedeva in quanto trovati nella casa acquistata da eredi della famiglia Ranfaldi. Fui io stesso che feci sapere al sindaco Nigrelli di questi quadri e della volontà di alienarli. Io ho conosciuto personalmente alcuni dei Ranfaldi che stavano a Piazza in questo cugini in secondo grado di mia nonna materna. Uno degli ultimi diretti discendenti non vive più in Sicilia>>.  
¹ La foto non mostra la parte inferiore del quadro per risaltare maggiormente il ritratto molto scuro in ambiente con poca luce. Nella parte mancante del quadro che si presenta molto deteriorata, in basso a dx, sembra esserci un volume con delle parole, una di queste pare che sia "Ranfaldi".
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